Torino 26/11/2018

Estratto di alcune domande e risposte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’Arsenale della pace

Domanda: Conosco un bambino che è appena arrivato dalla Siria. La sua casa è stata distrutta da una bomba e suo padre è morto. Ha tanta paura e ogni volta che sente parlare della guerra scappa dalla classe. Cosa possiamo fare per aiutarlo? Perchè, nonostante i bambini stiano così male, i grandi non capiscono?

Presidente: Con questa domanda hai dipinto bene l'atrocità della guerra. La guerra è un’ingiustizia, una condizione disumana. Voi dovete aiutare questo bambino, stargli vicino e aiutarlo a superare le ferite che la guerra ha inferto nei suoi affetti, nel suo cuore e anche nella sua mente. La guerra semina sempre distruzione, fa morire persone, distrugge abitati, ma lascia poi tracce pesanti sulla vita di ciascuno che è coinvolto nella guerra. Dovete quindi aiutarlo molto perché recuperi in pieno la freschezza della sua età. Perché avviene? La risposta non è facile, perché la guerra è irrazionale, non c'è una ragione e, per quanto nei libri di storia ogni tanto si spieghino le ragioni delle guerre, non sono mai sufficienti. La verità è che nel mondo gli adulti sorgono delle barriere che non sono soltanto fisiche, sono anche mentali. Le barriere che nascono nella mente di alcune persone, dall'avversione verso altre, dai pregiudizi, dalla ostilità preconcetta nei confronti di altri, di altre persone, di altri popoli, di altre etnie sono una cosa priva di senso. Ma che avviene.

Ecco, io credo che bisogna aiutare anche i grandi a capire l’irrazionalità di questo atteggiamento; bisogna abbattere queste barriere. E voi bambini dovete stare attenti, crescendo, a mantenere questa indignazione e questo stupore indignato nei confronti della guerra. Questo si può realizzare, ed è possibile realizzarlo, mantenendo i rapporti di amicizia e di disponibilità reciproca ad aiutarsi nei momenti difficili. Cioè capire che, anziché combattersi, cercare di dominare l'uno sull'altro, aiutarsi vicendevolmente è molto più non soltanto gradevole ma anche conveniente. E voi saprete farlo, ragazzi, ne sono convinto.

Domanda: Purtroppo viviamo in un tempo dove i toni sono sopra le righe e dove le idee sono urlate. Come, secondo lei, si può portare un tono di sobrietà nel dialogo e nel dibattito pubblico?

 Presidente: Nelle relazioni umane c'è sempre un bivio in cui si trova ciascuno di noi che riguarda il modo in cui avere rapporti con gli altri. Quello di avere disponibilità reciproca, di pensare che ognuno si arricchisce del consenso, della simpatia e dell'aiuto degli altri e che si sta meglio crescendo insieme, sviluppandosi insieme, anziché pensare di crescere prevalendo sugli altri, è il criterio di scelta che va adottato, contrastando l'altro criterio che è quello del dominio sugli altri.

La scelta compete alla coscienza di ciascuno di noi, ma naturalmente compete in generale alle collettività. Bisogna far prevalere questo criterio.

C'è sempre, in ogni momento della vita, una scelta da compiere e l'Arsenale, con le parole che presenta - pace, amicizia, felicità, solidarietà, disponibilità reciproca - insegna a fare questa scelte nella direzione positiva. Non è un sogno, è una reale possibilità concreta.

C'è sempre l'insidia di comportamenti diversi, di altro tipo di scelte, ma sono convinto che insistendo con queste parole, con questi criteri, con quest'invocazioni, si riesce a far breccia anche negli animi più restii e più insensibili, e voi potete farlo.

Domanda: Cento anni fa finiva la prima guerra mondiale. La pace che è seguita ha però causato nuovi conflitti e nuove tensioni che hanno portato alla seconda guerra mondiale. L'umanità sembrava non aver imparato nulla dalla storia. Alcuni Paesi europei hanno provato a creare un'unione che, con fatica, sta andando avanti. Ma nel resto del mondo prevalgono le guerre, le sofferenze, le atrocità. Che cosa possiamo imparare dalla storia, e soprattutto noi grandi che esempio possiamo dare ai nostri figli, ai più piccoli?

Presidente: E' una domanda impegnativa. È vero: cento anni fa si chiudeva la grande guerra, con milioni di morti, ma tanti milioni di morti, con distruzioni immani. E quella lezione non è stata sufficiente, perché dopo neppure vent'anni vi è stata la seconda guerra con atrocità e episodi di violenza consapevole, praticata con pervicacia perversa ancora maggiore. All'improvviso vi è stata una svolta e questo mi fa collegare a quanto dicevamo prima. Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, dopo le due esperienze, alcune persone che reggevano alcuni Stati d'Europa hanno capito che occorreva voltare pagina e che, anziché pensare al futuro ognuno per sé contro gli altri, fosse per tutti conveniente mettere insieme il futuro e crearsi prospettive comuni di carattere politico, economico, sociale, di collaborazione, insomma.

Questa è la scelta dell'integrazione europea. È sembrato - ed è stato - un capovolgimento dei rapporti. Tra Paesi che da secoli si facevano periodicamente la guerra e si detestavano in maniera notoriamente molto forte è scoppiata all'improvviso la volontà di collaborazione. È bastata intuizione, visione di alcune persone e buona volontà. Il che dimostra che è possibile. Certo ci sono nel mondo tante guerre, in tutti i continenti, persino il nostro. Ve ne è qualcuna ormai di natura quasi endemica. Ma vi sono anche alcuni segni importanti, perché l'esperienza dell'integrazione europea - che pure qui in Europa qualcuno critica e di cui qualcuno si lamenta (può avere anche delle lacune e dei difetti, ma è una grande svolta storica positiva che si è realizzata) - viene guardata con ammirazione, per imitarla in tanti altri continenti. In Africa cominciano le collaborazioni, l’integrazione fra paesi di alcune regioni; nel sud-est asiatico da anni è cominciata una collaborazione economica tra paesi della regione; nell'America del sud vi è una collaborazione intensa che si sta sviluppando. Cioè quel modello di convivenza, anziché di contrasto, sta avendo nel mondo una forte capacità di esempio, di indicazione che viene percorso dagli altri.

La speranza e la volontà è che si prosegua su questa strada senza pensare al ritorno di nazionalismi che fanno tornare indietro la storia e i rapporti tra i popoli. Ma il fatto che in molte parti del mondo si segua quell'esempio, lo si guardi come un modello cui ispirarsi, non per ripeterlo uguale, identico, uniforme - perché il mondo è diverso nelle sue varie parti - ma come integrazione, come collaborazione, è una cosa confortante.

Dobbiamo insistere, ma le premesse ci sono.

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Se dovessi descrivere come si fa passare dalla guerra alla pace non troverei parole migliori che descrivere quello che qui è avvenuto.

Questo è un luogo in cui fino a qualche decennio fa si costruivano armi per la guerra; è diventato un luogo in cui non si annunzia ma si si pratica la pace.

Perché questo vostro messaggio è convincente? Perché non vi limitate a proclamare l'esigenza della pace, ma praticate nei comportamenti di ogni giorno comportamenti coerenti; negli atti di ogni giorno mettete in pratica comportamenti coerenti con questo obiettivo.

È facile proclamare l'esigenza di pace. Solidarizzare con chi è lontano geograficamente è importante, ma è più impegnativo ed è indispensabile anche impegnarsi nella pace di ogni giorno con chi è vicino, con chi vive accanto a noi, a scuola, nel palazzo in cui viviamo, nel paese in cui siamo, nel quartiere in cui abitiamo. Perché in questo modo si è credibili e convincenti.

Bisogna seguire gli eventi internazionali importanti, affermare il valore della pace, ma questo messaggio risulta persuasivo se poi si pratica lo stesso criterio nei rapporti quotidiani della vita di ciascuno di noi.

Ed è quello che voi fate. Per questo, se dovessi dire come si fa passare dalla guerra alla pace, direi a tutti: “venite all'Arsenale!”