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DISCORSO - PRIMO MANDATO

Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Badia Fiesolana, sede dell'Istituto Universitario Europeo, per la cerimonia di conferimento del Premio "Pico della Mirandola" a S.E. il Signor Valery Giscard D'Estaing


Fiesole - Firenze, 16/11/2006


INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
ALLA BADIA FIESOLANA,
SEDE DELL'ISTITUTO UNIVERSITARIO EUROPEO,
PER LA CERIMONIA DI CONFERIMENTO DEL PREMIO
"PICO DELLA MIRANDOLA" A S.E.
IL SIGNOR VALERY GISCARD D'ESTAING

Fiesole, 16 novembre 2006

Desidero ringraziare voi tutti per le parole molto cortesi che mi avete rivolto e soprattutto l'amico Yves Mény, il quale dichiara anche - e sono sicuro che dica la verità - di avere avuto la pazienza di leggere la mia autobiografia, dalla quale ha ricavato la conclusione che non saprebbe a quale dipartimento assegnarmi. Può darsi che in questo modo egli abbia, forse senza volerlo, sottolineato l'eclettismo, l'eccessiva versatilità, magari solo apparente, del politico. Posso assicurare che se mi sarà data la chance di una seconda vita, mi collocherò modestamente e operosamente in un solo dipartimento, al di là della qualificazione onoraria trasversale che mi è stata attribuita oggi.
Come potete facilmente immaginare, conosco, seguo e apprezzo da molti anni l'Istituto Universitario Europeo. Ho anche attinto ai consigli e alle elaborazioni del centro Robert Schuman nel recente periodo, quando ho presieduto la Commissione Affari Costituzionali al Parlamento Europeo. Però, quello che per me è importante oggi dire, dopo aver ascoltato i Direttori dei Dipartimenti, è che l'Istituto Universitario Europeo ha una sfera di interessi e di attività che va molto al di là delle problematiche in senso stretto dell'integrazione europea, anche ben oltre i confini dell'Unione Europea per quello che riguarda le partecipazioni ai vostri dottorati. Da questa ricchezza di interessi e di iniziative che emerge dagli interventi dei Direttori dei Dipartimenti, vorrei trarre qualche motivo di fiducia, di cui c'è piuttosto bisogno in questo momento critico per l'impresa europea.
Domattina si aprirà a Firenze un Convegno importante nel quale ci si occuperà precisamente di questo. Sono venuto per ascoltare e non desidero aggiungere nulla.
Voglio solo dire qualcosa a proposito di una delle tesi che negli ultimi tempi si sono sentite, quella secondo cui in fin dei conti l'Unione Europea (e prima ancora la Comunità) è cresciuta attraverso le crisi, per cui, essendo state superate tutte, non ci sarebbe da drammatizzare: si supererà anche questa crisi.
Francamente, non sono convinto della possibilità - magari sarebbe anche bello poterla accogliere - di una tesi rassicurante e così sdrammatizzante. Sono convinto che, di fronte ad un momento particolarmente complesso e difficile, non riusciamo ancora a vedere bene come si possa superarlo. So che state lavorando, anche su questo tema, alle vie di uscita giuridiche. Ma negli ultimi tempi noi abbiamo rilevato delle tendenze abbastanza preoccupanti, e anche una certa regressione rispetto all'orientamento europeistico delle classi dirigenti di diversi paesi. Siamo dinanzi ad un'impasse che è nello stesso tempo politica e istituzionale, creatasi a seguito del risultato del referendum sul Trattato non in un qualsiasi paese, ma in due paesi fondatori, e in un grande protagonista storico della vita politica europea, quale è la Francia. Quindi, ci sono ragioni di fortissima preoccupazione.
Nello stesso tempo vedo qualche motivo di fiducia, e ne traggo anche dalla conversazione di stasera: in questi cinquant'anni si è costruito in Europa qualcosa di così profondo e di così radicato che non è immaginabile che possa, non dico dissolversi, ma anche essere messo sostanzialmente in questione.
Non so se in questo ci sia un eccesso di fideismo. Noi che ci crediamo - e siamo un po' dei credenti - siamo accusati spesso, negli ultimi tempi, di eccessivo idoleggiamento della prospettiva dell'unità europea. Quanto a me, già per avere detto qualcosa e soprattutto fatto il gesto - il primo dopo essere stato eletto Presidente della Repubblica - della visita a Ventotene, sono stato pubblicamente criticato sulle colonne di un grande quotidiano per avere proposto l'europeismo come "ideologia ufficiale". Francamente, credo di non avere i mezzi né i poteri per imporre alcuna ideologia ufficiale. Ma voglio dire che, nonostante penda sul mio capo questa accusa di eccessivo fideismo, ritengo che si possa davvero avere fiducia nella consistenza di ciò che si è realizzato e costruito in questi cinquanta anni, per contare su un ulteriore sviluppo del processo di integrazione. Credo che si possa senz'altro dire che non si è soltanto costruito un grande, imponente edificio normativo (anche se il diritto comunitario è, senza dubbio, una grande cosa); e non si è solo costruito un sistema di relazioni mercantili, economiche, monetarie; ma si è in effetti costruita una diffusissima e profondissima rete di relazioni umane, sociali e culturali.
Quando si viene in questo Istituto, si vede che si è costruita un'esperienza, una cultura, una ricerca e una riflessione comune che merita il nome di Europa, e su di essa si può far leva per guardare con una certa fiducia anche al superamento di questa crisi, che è molto diversa e molto più difficile di altre nel passato.
Poi, forse, dobbiamo anche fare affidamento sulla forza delle cose. È talmente evidente e oggettiva la necessità di dare nuovi sviluppi all'unità europea, che si può ritenere che non siano destinate a durare a lungo la sordità e la miopia di gruppi politici dirigenti, di leadership politiche, di governi che firmano, sottoscrivono solennemente un trattato al quale si dà il titolo di costituzionale, e che poi, dopo aver messo così solenni firme, il Primo Ministro o il Ministro degli esteri non si degnino nemmeno di sottoporre, secondo precisi obblighi giuridici internazionali, il trattato che hanno firmato a eventuale ratifica.
In questo c'è una contraddizione clamorosa ed evidente, da parte anche degli stessi governi, i più tiepidi fin dall'inizio verso la costruzione europea: si riconosce la necessità di certe nuove politiche comuni e di certi nuovi sviluppi della costruzione europea, ma poi non se ne traggono le conseguenze, e addirittura ci si muove in controtendenza rispetto a questa necessità.
Però, la forza delle cose è grande, perché è la forza di quello che accade nel mondo, di come cambia il mondo, di come cambia la realtà delle nostre società e delle relazioni internazionali. Quindi, anche da questo punto di vista, penso che noi abbiamo da dire e da fare utilmente qualcosa per rilanciare il processo di costruzione europea.
Vi ringrazio molto per il vostro lavoro e per il vostro impegno.

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