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DISCORSO - PRIMO MANDATO

Dall'incontro del Presidente Napolitano con gli studenti e i docenti della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Federico II


Napoli, 30/09/2011

(...)

Domanda del professor Massimo Villone
Signor Presidente, qualche giorno fa Umberto Bossi, leader leghista, parlando ad un peraltro inesistente popolo padano, ha evocato l'ipotesi di una via democratica - mi pare referendaria - alla secessione. Lei ha subito risposto con fermezza che chi parla oggi di secessione si pone fuori dalla storia e soprattutto, ha aggiunto, dallo sforzo comune, che è indispensabile per uscire dalla grave crisi che il Paese attraversa.
L'onorevole Reguzzoni, il capogruppo leghista alla Camera dei deputati, ha ritenuto di obbiettare: «Sì, va bene, ma sopra il Capo dello Stato c'è la volontà del popolo sovrano!». Non è la prima volta che la Lega evoca l'ipotesi di una sorta di autodeterminazione di questo supposto popolo padano e non è nemmeno la prima volta che emergono teorie costituzionalistiche, per cui il popolo sovrano sarebbe superiore a tutto, azzerando tutti i pesi e contrappesi presenti in Costituzione e contrariamente a quanto stabilisce l'articolo 1, per cui sì, il popolo è sovrano, ma nelle forme e nei limiti stabiliti dalla stessa Costituzione.
La mia è una domanda facile, perché so che lei ha già risposto. Qualcuno potrebbe pensare che gliela faccio perché sia più facile superare l'esame!
È giusto ritenere che non c'è, compatibilmente con la Costituzione, alcuna via democratica alla secessione, seppure referendaria? È giusto affermare che non esiste questa suprema, superiore volontà del popolo sovrano, che verrebbe ad azzerare quelle architetture fondamentali di pesi e di contrappesi, che sono poi poste in tutte le costituzioni moderne? È giusto anche dire - lo ha già detto proprio lei, Presidente - che lei, proprio lei in prima persona sarebbe comunque chiamato a rispondere, come organo di garanzia alla stessa stregua della Corte Costituzionale, a qualsiasi tentativo comunque condotto per indebolire o attaccare l'unità della Repubblica, di cui lei è veramente il massimo tutore, sempre però capendo e sapendo che l'unità della Repubblica, come lei stesso ha affermato, è anche coesione sostanziale e non solo difesa formale di una unità geografica e territoriale?

Risposta del Presidente Napolitano
Credo che l'onorevole Bossi dovrebbe essere grato al professor Villone per come ha finemente elaborato il suo concetto. Quello che si sente è spesso un incoraggiamento ridotto al minimo dal punto di vista anche dell'espressione verbale, non dico della motivazione, a delle grida che si levano in quei prati, in cui naturalmente non c'è un popolo padano, ma una certa parte del corpo elettorale. Sono cittadini che lanciano queste grida, con scarsa consapevolezza di alcune cose, compreso l'Articolo 1 della Costituzione, che di tanto in tanto sentiamo citare non solo da Umberto Bossi: «La sovranità appartiene al popolo». Il guaio è che ci si dimentica della virgola e di quello che segue, cioè che il popolo esercita la sovranità nei limiti della Costituzione e delle leggi!
Nella Costituzione e nelle leggi certamente non c'è spazio per una via democratica alla secessione. Su questo non avrei dubbi. Possiamo anche invocare la sapienza di qualche internazionalista, che risponda all'argomento che il diritto all'autodeterminazione è riconosciuto universalmente e che quindi forse c'è una via ONU alla secessione... Mi pare che sono affermazioni che forse anche senza una specializzazione in diritto internazionale è facile definire ridicole.
Naturalmente, cerco anche qui di capire da che cosa nascano queste nuove grida. Infatti, queste grida si sono intese molte volte già anni fa. L'ho saputo dal professor Villone proprio qui, perché ha ricordato una serie di precedenti. C'è stato un momento in cui si elaborarono perfino dei progetti di legge. È già uno dei pochi buoni segni dei tempi che quei progetti non siano stati riproposti, siano finiti negli archivi del Parlamento, ma a me pare che, anche dopo che il referendum popolare aveva fatto cadere una certa legge di riforma costituzionale approvata nel 2006 dal Parlamento, ci sia stato un momento nel quale da parte di questo movimento, la cui rilevanza dal punto di vista politico, sociale, nessuno nega, ha dichiarato quasi di prendere una strada diversa da quella dell'idea secessionista o dall'ideologia del professor Miglio, ha scelto cioè la strada del cosiddetto federalismo fiscale. Ora - a parte una certa stranezza, perché il federalismo rappresenta, lo sappiamo bene, una grande corrente di pensiero, da cui sono nati degli Stati autenticamente federali, e il federalismo fiscale dovrebbe essere considerato, come dire, soltanto uno spicchio di un'evoluzione in senso federale dello Stato italiano - ritengo che quella parziale correzione o conversione sia stata positiva, indipendentemente poi dagli sviluppi non solo del dibattito, ma anche dell'attività legislativa in tema di federalismo appunto fiscale.
Adesso si torna a parlare di un argomento di cui si è parlato moltissime volte nel corso degli anni, cioè del superamento del bicameralismo perfetto, quindi di una riforma del nostro sistema parlamentare allo scopo di dar vita ad una Camera delle Autonomie o delle Regioni, come esiste in forme diverse in Germania e in Francia, che sono senza dubbio Stati nazionali forti e che prevedono queste articolazioni.
Io sono tornato varie volte proprio nel corso degli ultimi tempi sull'articolo 5 della Costituzione, facendo questa osservazione, che non credo sia peregrina. È l'articolo in cui è sancito che «La Repubblica è una e indivisibile» ed è lo stesso articolo in cui si dice che detta Repubblica, una e indivisibile, «riconosce e valorizza le autonomie locali». Questa non fu soltanto una innovazione semantica non ben ponderata, perché nella relazione che fece come Presidente della Commissione dei 75 all'Assemblea Costituente nel presentare il progetto di Costituzione, l'onorevole Meuccio Ruini disse apertamente che si intendeva in quel modo aprire la strada al superamento del vizio d'origine dello Stato nazionale unitario, che aveva un impianto fortemente centralizzato.
Questo è tutto lecito. Ritengo che discutere di questo, discutere cioè della legge sul federalismo fiscale e anche di una chiusura del sistema al livello più alto del Parlamento con una rappresentanza delle Regioni, sia del tutto lecito nell'ambito della Costituzione.
Per quanto riguarda tutto il resto, ove dalle chiacchiere, dalle grida, dalla propaganda, dallo sventolio delle bandiere si passasse ad atti preparatori di qualcosa che viene chiamato secessione, naturalmente tutto cambierebbe. È vero che nel 1943-'44 non c'era ancora la Costituzione ed era appena caduto il fascismo, si stava appena riaprendo la strada delle libertà e delle regole democratiche, ma quando ci fu un tentativo di organizzazione perfino armata e di agitazione separatista, anche quell'appena rinato Stato italiano non esitò ad intervenire, ed anche piuttosto pesantemente, compresi, come forse si ricorderà, l'arresto e la detenzione di un capo importante di quel movimento, che poi fu anche parlamentare, Finocchiaro Aprile.
Bisogna stare con gli occhi aperti, bisogna essere vigilanti e insistere su questo elemento, che io ho definito fuori della storia e, ho aggiunto, fuori della realtà del mondo d'oggi. Infatti, se si guarda al mondo d'oggi appare semplicemente grottesco il proporsi di creare, usando termini più appropriati, uno Stato Lombardo-Veneto che calchi la scena mondiale competendo con la Cina, l'India, il Brasile, gli Stati Uniti, la Russia. Mi pare che il livello di grottesco sia tale, che dovrebbe bastare questo richiamo a far capire che si può strillare in un prato, ma non si può cambiare il corso della storia.

(...)