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DISCORSO - PRIMO MANDATO

Saluto del Presidente Napolitano in occasione della cerimonia del Giorno del Ricordo


Palazzo del Quirinale, 10/02/2011

Ringrazio voi tutti per avere accolto anche quest'anno l'invito a celebrare qui, insieme, il Giorno del Ricordo, rinnovando un sentimento e un clima di autentica vicinanza e solidarietà tra le istituzioni della democrazia repubblicana e le rappresentanze dei famigliari delle vittime di orribili stragi come quelle compiute nelle foibe, insieme con le rappresentanze delle popolazioni italiane costrette all'esodo dalle terre istriane, fiumane e dalmate.

Il mio primo discorso del 10 febbraio, nel 2007, - quello di oggi è il nostro quinto incontro - volle porre fine a ogni residua "congiura del silenzio", a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze. E' importante che quella nostra scelta, per legge dello Stato e per iniziativa istituzionale, sia stata via via compresa al di là dei nostri confini, che certe reazioni polemiche nei confronti anche di mie parole si siano dissolte. In ciascun paese si ha il dovere di coltivare le proprie memorie, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo.

Si adempie questo dovere anche sul piano storico ed educativo con iniziative come quella del bel libro, appena consegnatomi dal senatore Toth e dai curatori, sulle vicende del confine orientale, destinato alle scuole per decisione della competente direzione del Ministero dell'Istruzione.

L'essenziale è però "non restare ostaggi" - come ho avuto modo di dire incontrando il Presidente Türk - né in Italia, né in Slovenia, né in Croazia "degli eventi laceranti del passato". L'essenziale è, secondo le parole dello stesso Presidente Türk, non far nascere ancora "conflitti dai ricordi".

Possiamo finalmente guardare avanti, costruire e far progredire una prospettiva di feconda collaborazione sulle diverse sponde dell'Adriatico. Ringrazio per il suo contributo di riflessione storica e di passione nazionale e civile Enzo Bettiza : nessuno meglio di lui poteva, grazie alla sua sapienza di scrittore-analista della realtà internazionale e grazie alla sua storia personale, cogliere il significato dell'incontro di Trieste dello scorso luglio e della visita di Stato a Roma, meno di un mese fa, del Presidente sloveno, la prima che abbia avuto luogo dopo il riconoscimento dell'indipendenza di quel paese amico.

Con lui abbiamo qui guardato insieme al passato travagliato delle nostre genti, alle pagine oscure della nostra storia, alle tragedie umane che oggi onoriamo e ricordiamo. E nello stesso tempo abbiamo guardato al ben diverso presente che ci accomuna, come classi dirigenti e comunità democratiche in una Trieste, in un'Istria, in una Dalmazia aperte a italiani, a sloveni, a croati ; come partner nella NATO e nell'Unione Europea che, presto, ci auguriamo, accoglierà anche Zagabria. E' questo nuovo orizzonte che vedevo a Trieste, attraversando le strade di quella straordinaria e amata città insieme con loro, riflettersi nell'atteggiamento dei colleghi Türk e Josipovic, rappresentanti di una generazione nata negli anni '50, che non ha vissuto i decenni del fascismo, dei nazionalismi e di una guerra distruggitrice.

L'Adriatico, dopo aver sofferto a lungo lacerazioni e conflitti, viene oggi trasformato dalla prospettiva euroatlantica. Le nuove generazioni, slovene, croate, italiane si riconoscono in una comune appartenenza europea che arricchisce le rispettive identità nazionali.

La presenza di minoranze nazionali nei nostri tre Paesi rievoca vincoli storici e culturali che si snodano attraverso secoli di civiltà e costituisce una ricchezza comune di cui fare tesoro.

Il quadro di fondo e' dunque una nuova comunità di valori fra i tre paesi. Siamo ormai, o stiamo per diventare, tutti cittadini europei. Possiamo perciò guardare al passato come sono riusciti a fare tanti altri Stati dell'Unione e dell'Alleanza Atlantica dopo essersi combattuti aspramente e con devastazioni profonde e reciproche in epoche non remote. Il sacrificio delle generazioni che ci precedono non e' stato versato invano se oggi possiamo insieme costruire un avvenire migliore per i nostri popoli e per l'Europa.

Vorrei concludere esprimendo il mio apprezzamento per la sintonia col governo quale si è espressa nello schietto intervento del Sottosegretario Letta - che presiede con senso di viva partecipazione alla significativa cerimonia della consegna di medaglie e diplomi. E mi piace concludere anche facendo miei gli accenti di fiducia nel futuro che hanno coronato il discorso dell'amico Bettiza, pure impegnato a non cancellare nulla nel richiamare il terribile passato vissuto negli anni '40 del secolo scorso. Fiducia in particolare nel significato che può assumere "la costruzione di un comune parco della pace da Caporetto a Duino : lungo quella striscia di terra europea, insanguinata dalla prima guerra mondiale, lungo la quale morirono un milione di europei. Sarebbe un modo visibile di restituire alla nostra memoria, affinché il male non si ripeta più, il ricordo di tutti gli innocenti caduti, o assassinati, fra le petraie del Carso, nelle trincee del '15-'18 e nelle foibe del 1945".

Ecco, ritroviamoci tutti in queste parole e progetti lungimiranti, e insieme richiamiamoci all'eredità del Risorgimento e del concorso di tanti patrioti delle terre adriatiche; facciamolo nello spirito di serene e riflessive celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Guardando avanti continueremo a condividere il dolore di famiglie colpite ed esuli come le vostre e ad onorare il sacrificio di quanti caddero senza colpe per l'altrui violenza.