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DISCORSO - PRIMO MANDATO

Intervento del Presidente Napolitano in occasione della consegna dei Premi "Vittorio De Sica"


Palazzo del Quirinale, 23/11/2010

Le mie felicitazioni alle amiche e agli amici premiati. Un cordiale saluto a voi tutti. Un grazie di cuore a Gianluigi Rondi, ad Alberto Arbasino e a Guido Ceronetti per le parole calorose che mi hanno rivolto, e per aver introdotto con levità questa ormai storica cerimonia di consegna dei premi "Vittorio de Sica". Arbasino ha rievocato le emozioni, condivise anagraficamente da non pochi tra noi, dei piccoli fan di quei primi lontani film di Vittorio De Sica toccati da una grazia, leggerezza, naturalezza che non sarà facile reinventare.

E io sono qui ancora una volta per rinnovare l'espressione della mia vicinanza - di cui ho detto in precedenti occasioni e non ho bisogno di ripetere le ragioni - al cinema italiano come parte costitutiva della nostra identità nazionale, risorsa produttiva, fattore di prestigio e di attrazione dell'Italia nel mondo.

Naturalmente so bene quel che vi inquieta, quel che vi assilla, i motivi della protesta che ha ieri attraversato il paese. Lasciate tuttavia che io parta da qualche considerazione suggeritami dalla stessa evoluzione dei Premi De Sica e quindi dal programma della nostra cerimonia : che oggi non ha potuto comprendere la componente ETI (ente inspiegabilmente soppresso) e i premi (spero solo sospesi) "Gli Olimpici del Teatro". E di questa forzata assenza mi rammarico molto : non dimentichiamo che - come ha detto giorni fa un eminente studioso tedesco nel ricevere in queste sale il Premio Balzan - "il teatro in tutte le sue forme e con la sua lunga e ricchissima storia" è parte integrante della cultura europea, e "già alla sua origine, in Attica" esso era "la manifestazione pubblica più convincente e splendida del nostro modello di società democratica".

Con i Premi De Sica noi festeggiamo e sosteniamo, con il cinema, anche il teatro e tutte le realtà dello spettacolo. Ed è stato bello e significativo che questa istituzione si sia evoluta, per sua ispirazione, caro Rondi, fino ad abbracciare anche la letteratura, la musica, le arti visive, la storia, riconoscendone il legame intrinseco con la creazione cinematografica e inducendoci a vedere i problemi dello spettacolo nel quadro più generale dei problemi della cultura, del suo ruolo e delle sue esigenze, e quindi del modo di corrispondervi in Italia nelle condizioni attuali.

Questa è la dimensione, io credo, della riflessione di cui abbiamo bisogno.

Il discorso sullo spettacolo - come mondo espressivo e come attività economica, come industria - richiede un'attenzione specifica, per le gravi difficoltà che sta attraversando, per l'incertezza che pesa sul suo futuro. Tenendomi lontano - regola per me doverosa - dalla dialettica tra sindacati e governo, considero positivo quel che il ministro dei Beni culturali ha dichiarato sulle ragioni della protesta di ieri, sui problemi reali che essa pone, e quel che ha annunciato in materia di ripristino di risorse per il FUS 2011 e di rinnovo delle misure di incentivazione fiscale al cinema. Ma non c'è dubbio che al di là di ciò si imponga una riflessione di fondo e di prospettiva. Ed essa - insisto - deve comprendere l'insieme del capitolo cultura e quindi delle risorse pubbliche e private da destinarvi : spettacolo, comprese le istituzioni, anch'esse sofferenti, dell'opera lirica e della musica sinfonica, e musei, siti archeologici, palazzi storici, centri urbani e luoghi paesaggistici da preservare nella loro unicità, il patrimonio straordinario, insomma, che abbiamo ereditato e che abbiamo il dovere di preservare e valorizzare.

Quale spazio, quale grado di priorità merita tutto questo, la risorsa cultura, nella legislazione e nel bilancio dello Stato e delle Regioni, nelle cure delle istituzioni nazionali e locali, nelle scelte di investimento e nelle donazioni dei privati? E' venuta l'ora di discutere seriamente, guardando a quel che ci aspetta e ci impegnerà nei prossimi anni in quanto comunità nazionale.

Abbiamo da fare i conti con una riduzione, cui non possiamo sfuggire, del nostro debito pubblico, nell'interesse, soprattutto, delle nuove generazioni, sulle cui spalle non abbiamo il diritto di scaricare un simile peso. E ciò ci impone di ripensare molte cose, in Italia e in Europa, anche per come siamo cresciuti finora, spesso al di sopra delle nostre possibilità nei paesi ricchi - ricchi nel contesto mondiale, per quanto segnati al loro interno da squilibri e iniquità. Il mondo è cambiato, e non ci sono sconti e vie d'uscita indolori per paesi - dell'Eurozona, ad esempio : lo stiamo vedendo - che hanno conosciuto un'illusoria troppo facile crescita negli scorsi decenni.

Queste sono le prove, queste sono le sfide attraverso cui passerà il futuro dell'Italia, e che richiedono revisioni rigorose nella spesa pubblica. Dobbiamo discuterne seriamente e trovare nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale. Ma è con serietà e convinzione che mi sento di dire : queste vie non le troveremo attraverso una mortificazione della risorsa di cui l'Italia è più ricca : la risorsa cultura, nella sua accezione unitaria. Adoperiamoci perché di ciò si convincano tutti e perché se ne traggano le conseguenze. Questo deve essere il nostro solidale impegno.