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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

09-02-2000
FORLI': INCONTRO CON LE AUTORITA' DELLA PROVINCIA DI FORLI' E DI CESENA

 

VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
IN EMILIA ROMAGNA

INCONTRO CON LE AUTORITA'

Palafiera di Forlì, 9 febbraio 2000


Signor Presidente della Regione,
Signor Presidente dell'Amministrazione Provinciale,
Signori Sindaci di Forlì e di Cesena,
Signori Sindaci di tutti i Comuni della Provincia,
qui presenti, con le vostre belle e luminose fasce tricolori,
Signore e Signori,

di nuovo un saluto a tutte le Associazioni e istituzioni che sono qui rappresentate con i loro gonfaloni, con i loro vessilli e che testimoniano il vanto della storia di questa Provincia di Forlì e di Cesena. Vi ringrazio voi tutti di essere così numerosi in questo bel Palafiera.

E ringrazio per le espressioni cordiali e affettuose che avete voluto rivolgermi. Vedo in esse un omaggio non a me personalmente ma al Presidente della Repubblica; e un'espressione quindi dell'amore, dell'affetto che ci anima tutti, e che qui è stato esplicitamente confermato, per l'Italia, per la nostra Patria. (applausi)

Sono lieto che questo incontro con voi avvenga, come è stato ricordato, in un giorno che ci richiama momenti memorabili del nostro primo Risorgimento.

E' ormai il terzo giorno di questa mia prima visita alla Regione Emilia Romagna. Sono state giornate molto intense, piene, a Bologna, città che oggi più che mai conferma la validità della sua antica fama.
Ho avuto nel capoluogo della Regione incontri densi di riflessioni sul futuro dell'intera Regione: oggi ho ritrovato lo stesso clima nei discorsi che sono stati svolti dai rappresentanti della Provincia, della città di Forlì e di Cesena. Tutti voi, lo dimostrano i vostri rappresentanti, siete consapevoli della vastità del quadro, europeo e mondiale, in cui si iscrivono oggi le realizzazioni, i progetti per il futuro, e ovviamente anche i problemi - e che giustamente qui sono stati ricordati - e che vedono voi partecipanti attivi come costruttori di questo modello particolare, che è il "modello di sviluppo emiliano-romagnolo".

Sono giunto stamattina a Forlì, dopo una sosta purtroppo breve a Faenza, per ammirarvi il museo che consacra la fama mondiale di quella città, il cui nome è addirittura diventato, in altre lingue, il sinonimo della ceramica. Ho toccato quindi, sia pure fugacemente, una terza provincia di questa Regione, quella di Ravenna. Provincia che porta due nomi la vostra. E mi dolgo che il tempo non mi consenta di recarmi questa volta anche a Cesena, caro Sindaco, ma la considero una visita rinviata. (applausi)

La duplicità del nome della Regione, Emilia-Romagna, come del resto la duplicità del nome della provincia Forlì-Cesena, nella loro eccezionalità, anche per un Paese come l'Italia, che offre tante realtà diverse, esprime la particolarità di questa terra, dove sono state scritte pagine importanti per la storia della civiltà italiana ed europea.

So che Emilia e Romagna sono due identità affini e pur diverse tra loro, così come è diverso il quadro della stessa città capoluogo di Regione, come è oggi Bologna, città metropolitana diversa da quella di Forlì, che è saldamente inserita al centro di una plaga agricola fertile e ricca, che è stata trasformata dal lavoro dell'uomo, attraverso i secoli, in un vero e proprio giardino d'Italia, un giardino d'Europa. (applausi)

Come tutta l'Emilia Romagna, anche questa provincia si trova ad affrontare tutte le incognite di un mondo che cambia a velocità quasi vertiginosa.

E vi disponete a questa prova - l'ho sentito nelle parole dei vostri rappresentanti - forti dei vostri valori di laboriosità, manifesti nel moltiplicarsi del numero delle imprese, imprese private, imprese artigiane, cooperative, secondo la vostra tradizione così viva, forti della qualità delle vostre pubbliche amministrazioni, impegnate in uno sforzo ammirevole di ammodernamento (non so quante altre città possono, come voi, potersi vantare di essere una "città digitale"); forti anche di qualità di schiettezza e di lealtà nei rapporti umani, che tutti ci riconoscono e che veramente sono una vostra particolare caratteristica.

Proprio prima di entrare in questa sala, mi è stato detto, da persona autorevole, che qui si respira un clima di sanità civica, un senso diffuso di rispetto dello Stato e di rispetto degli altri; che qui si gode di una situazione di particolare serenità. Giudizio importante e impegnativo, convincente per l'autorevolezza morale di chi lo ha formulato, e che conferma, tra l'altro, tutto ciò che già sapevo di voi.

Nei discorsi con cui sono stato accolto, sono stati menzionati anche dei problemi emergenti, che preoccupano la gente: meno tranquilla sicurezza - è stato ricordato - rispetto al passato; alcuni problemi di occupazione, in una situazione che pure è tra le migliori del nostro Paese; e certo anche le difficoltà legate alla integrazione degli immigrati. Ma questi giusti e opportuni avvertimenti non incrinano la validità del giudizio di fondo che ho già citato, confermato da tante altre cose che insieme a voi ora ho ascoltato.

Potete vantarvi di avere saputo costruire, nei decenni trascorsi dopo la guerra e dopo la nascita della Repubblica, un'economia forte, raggiungendo livelli invidiabili di benessere.

Come anche altrove in Italia non vi siete però accontentati di una situazione che poteva divenire stagnante. Non vi siete cullati sugli allori. Vi siete resi conto che il quadro nel quale operavate stava cambiando e cambia in continuazione, come ho già detto, in maniera molto più rapida del passato.

Avete compreso in tempo che l'Italia, insieme con le altre nazioni democratiche europee, stava creando un nuovo, vasto spazio economico-politico, e su di esso stava costruendo le strutture di una realtà statuale europea, di dimensioni continentali, capace di affrontare la grande prova del nuovo secolo, la prova del mercato globale, in cui siamo già tutti quanti immersi.

Che cosa rappresenta, per l'Italia nel suo insieme, e per le tante realtà locali, provinciali, di cui essa è composta, la nascita dell'Europa unita? Rappresenta certo una sfida; ma costituisce anche una straordinaria occasione di crescita. Che significa, l'ho detto anche a Bologna, essere capaci di crescere almeno quanto gli altri. Ma bisogna cercare di crescere un po' più rapidamente degli altri. E proprio perché sappiamo di avere dei punti di debolezza, questo diventi un incitamento e una forza per crescere più rapidamente, per essere più veloci in termini relativi.

Proprio per partecipare a questa nuova realtà europea abbiamo voluto fare tutti gli sforzi che erano necessari per inserirci nel momento cruciale, quale è stato la nascita della moneta unica. La moneta europea, non mi stanco di ripetere, non è un fatto solamente monetario, finanziario, o anche meramente economico, è un fatto di grande valore politico, è l'inizio di una vera e propria sovranità sovranazionale che ci accomuna con gli altri Paesi europei e che permette all'Europa finalmente di contare nel mondo, quanto richiedono le sue tradizioni, la sua civiltà, la sua capacità di avanzare.

Con questa scelta abbiamo voluto spalancare una finestra sul mondo; e attraverso questa finestra entra aria nuova, che spinge a guardare al di là degli orizzonti più limitati che ci erano propri.

Chi ha nel cuore immagini lontane e struggenti, quell'"Amarcord" di Romagna, che il più grande poeta del cinema ci ha lasciato come dono, si ritrova a pensare, con sentimenti complessi, non facili a definire, che fra quella Romagna di mezzo secolo fa e questa di oggi, non c'è soltanto l'addio alla povertà, o l'esplosione di spiagge e di discoteche. Fra allora e oggi c'è anche un altro e ancor più grande fatto nuovo che è appunto l'Europa. Europa vuol dire molto di più della ricchezza derivante dal turismo di massa.

Chi si è accorto dell'esistenza di questa finestra che si è spalancata, di questi nuovi orizzonti che si sono aperti, ha sentito anche l'attrazione irresistibile di far parte di questo nuovo mondo. Ed è stata questa la reazione vitale e produttiva degli amministratori, degli imprenditori, dei lavoratori, degli artigiani e dei cooperatori, dei professori e dei professionisti dell'Emilia Romagna, e di altre regioni d'Italia.

Non ho dubbi che voi avete scelto di affrontare questa nuova realtà nel modo giusto. Lo avete fatto dando prova di coraggio, di inventiva, di fantasia, di tenacia. Mi riferisco, in particolar modo a questa iniziativa che è stata già più volte menzionata oggi, della nuova realtà delle sedi universitarie di Forlì e Cesena. Un'impresa che in dieci anni ha fatto passi da gigante, e sta dando frutti forse al di là di ogni previsione.

Qualcuno tra voi ha detto che sentivate il bisogno di fare un salto culturale, di portare dei "valori aggiunti" sul territorio di Forlì, di Cesena e dell'intera Romagna.

Anche altrove in Italia, da Nord a Sud, altri amministratori, altri cittadini, altri professori e rettori d'università, pensano alla cultura come al più importante valore aggiunto di un'economia moderna, e si danno da fare per creare nuove scuole d'eccellenza, nuovi centri d'educazione superiore, o di formazione professionale, da cui stanno uscendo i giovani che saranno i protagonisti del nostro futuro; giovani altamente istruiti e preparati, perché è ormai un luogo comune dire che la principale materia prima del mondo d'oggi è la materia grigia.

Ho avuto la conferma di tutto questo andando a visitare l'Istituto Professionale "Aldini Valeriani". Ho avuto una impressione forte di quello che sta dando questa Regione, attraverso questo contatto diretto tra la scuola e la società del lavoro. Anche stamattina a Faenza, quando ho incontrato i giovani dell'Istituto Professionale Alberghiero, e ho visto questa grande realtà, che insieme all'università bisogna rafforzare.

E' necessario inventare nuove scuole, potenziarle, portarle avanti. Perché è importante, tra l'altro, generare nei giovani che studiano in questi istituti (e lo vedono per esempio dai loro compagni di scuola già diplomati) la certezza che al termine del ciclo di studi si offre loro facilmente possibilità di impiego. Sentivo per esempio ieri sera che, normalmente, fra i trenta e i sessanta giorni i giovani che escono da quell'Istituto sono occupati. E' un fatto fondamentale che dà fiducia ai giovani, che dà fiducia agli studenti. Ecco queste cose cercate ancora di rafforzarle, di intensificarle.

E appunto questa vostra scelta, di portare a Forlì, a Cesena nuove sedi universitarie specializzate, che consentano lo sviluppo di vocazioni che rimarrebbero altrimenti inespresse, ha trovato un rapporto felice con Bologna, anch'essa, con la sua università, alla ricerca di rinnovamento. Chi temeva che il grande Ateneo si impoverisse, o viceversa chi temeva che le risorse finanziarie delle amministrazioni locali fossero oggetto quasi di sfruttamento a beneficio di altri, ha dimostrato di avere poca fiducia nella vostra saggezza. Voi oggi tutti, a Bologna, a Cesena, a Forlì siete più ricchi di ieri.

Certo le prime origini di questo progetto universitario, che è divenuto realtà, vanno trovate nel lungimirante pensiero di un vostro grande concittadino. Voglio ricordarlo anch'io con voi: Roberto Ruffilli. (applausi)

Tra breve mi recherò a rendere omaggio alla sua memoria. E' di conforto sapere che, dopo la sua morte, la forza della sua visione e dei suoi ideali ha contribuito a cambiare la vita di migliaia di giovani che appartengono a una nuova generazione, forse inconsapevoli del grande debito che essi hanno verso un uomo che seppe sacrificare la vita per il bene di tutti. (applausi)

I principali beneficiari di tutte queste iniziative, che hanno portato in queste città un nuovo respiro culturale, sono infatti i giovani: si sono aperti sbocchi per energie naturali che si sarebbero altrimenti inaridite. Voi avete "investito e state investendo sul sapere".

Non è meno importante che la miriade di piccole e medie imprese che sono le fondamenta del vostro benessere, acquisiscano nuove capacità operative e manageriali per affrontare la sfida di sempre più ampi mercati. Queste nostre piccole e medie imprese sono l'invidia del mondo, ma bisogna saperle fortificare, farle crescere. Fra voi che mi ascoltate vi sono sicuramente piccoli imprenditori e cooperatori.

"Piccolo è bello", è il titolo di un libro famoso . Ma è egualmente vero che chi è piccolo deve appunto saper crescere. E la presenza di giovani laureati o diplomati dotati delle necessarie conoscenze faciliterà questo processo di crescita. E' egualmente necessario che le aziende più piccole, per crescere, "facciano sistema", come oggi si usa dire: a tal fine è di grande importanza l'azione delle associazioni di categoria, e la concertazione fra le loro di iniziative, collegandosi con l'opera delle pubbliche amministrazioni, a tutti i livelli.
E questo ha nella vostra capacità di dialogo e di collaborazione una grande forza.

So che anche qui ormai si sta usando una espressione nuova. E' di moda parlare di sussidiarietà, ma qui da voi accanto alla sussidiarietà in senso "verticale" sta avanzando il termine di una sussidiarietà a livello "orizzontale". Cioè si affianca al decentramento amministrativo, che mira a restituire la responsabilità di governo al livello di amministrazione più vicino al cittadino e ai suoi problemi reali, un'alleanza "orizzontale" fra agenzie pubbliche e operatori privati, ambedue associati, anche con il volontariato, nella programmazione stessa del territorio e del suo ammodernamento.

Anche in altre province d'Italia, anche in altre Regioni d'Italia sta avvenendo qualcosa di simile. Quindici giorni fa, essendo in terra di Sicilia, ho parlato con gli amministratori locali di quella che con loro ho definito l'"alleanza delle autonomie". Cioè l'alleanza che vede operare insieme le pubbliche istituzioni, Comuni, Province, Regioni con le associazioni di categoria, e con le istituzioni di studio, sia universitarie, sia professionali, per dar luogo a una capacità di far massa e di mettere insieme le componenti essenziali dello sviluppo.

Certo, constato in queste mie visite nelle varie parti d'Italia che un'aria nuova circola nel nostro Paese. Certo mi rendo conto che la vitalità e l'inventiva di questo popolo non si sono certo esaurite.

Sono stati menzionati oggi qui - anche se le tensioni sono meno forti che altrove - i problemi che derivano dal fenomeno immigratorio, che è peraltro necessario per il progresso economico di questa Regione ricca di capitali, ma non altrettanto ricca di nascite.

Problemi come questo vanno affrontati tempestivamente, e governati, esigendo e imponendo il rispetto delle regole, ma con spirito aperto all'incontro con gli altri, anche se diversi da noi per tradizioni, per costumi e per cultura, sapendo che essi ci sono utili non meno di quanto noi siamo utili a loro.

I necessari investimenti per agevolare l'integrazione di numeri crescenti di immigrati possono dare, e lo stanno dando, buoni frutti. Quanto più si offre - l'ho ribadito anche ieri a Bologna - migliorando le condizioni di accoglienza, di vita e di lavoro degli immigrati, tanto più si deve e si può chiedere loro, in termini di comportamento nel rispetto della legge e della realtà locale.

Ho colto anche qui, nei vostri discorsi, riferimenti alla necessità di adeguamento delle infrastrutture, a cominciare da quella della viabilità e telecomunicazioni in genere, accelerando i progetti in corso di realizzazione e studiandone dei nuovi. E' giusto ricordare che non è la mancanza di risorse finanziarie a impedire le necessarie infrastrutture, lo ripeto da tanti anni, anche quando ero Ministro del Tesoro e dovevo cercare di tenere sotto controllo la spesa. Le difficoltà vengono piuttosto dalla lentezza delle procedure burocratiche, talvolta a livello dello Stato centrale, ma talvolta anche a livello delle autorità locali.

Decentrare, conferire poteri operativi alla periferia, è una cosa giusta e produttiva. Ma - l'ho sentito proprio qui con piacere - nel decentrare si conferiscono anche precise responsabilità, di cui si deve poi sapere dare conto, alle quali si può far fronte soltanto coordinando l'azione dei vari livelli del potere locale. La parola chiave, che ripeto da anni, continua ad essere la "concertazione".

Voi avete fatto significativi progressi su questa strada: è quella che bisogna continuare a percorrere, trovando anche soluzioni nuove nei rapporti fra Comuni, Province e fra Regione. Ma sia ben chiaro che concertare, cooperare, non deve significare trattative estenuanti, il prevalere del non decidere. Concertare significa mettere sul tavolo la condizione e la volontà di arrivare a una soluzione, decidere una linea e operare per portarla a termine. (applausi)

Vi ringrazio di nuovo della vostra accoglienza. Certo tutti insieme stiamo inventando una nuova Italia, uno Stato nuovo. I passaggi sono chiari. Forse - e non mi stanco di ripeterlo - il più importante fra tutti è quello della stabilità di governo, a tutti i livelli, da realizzarsi con le giuste riforme. La più recente è stata la legge che prevede l'elezione diretta dei Presidenti delle Regioni. Dobbiamo far sì che non sia l'ultima, e che anche a livello dello Stato nazionale, attraverso tutti gli strumenti di cui dispone una democrazia, si creino le condizioni per una più sicura stabilità di governo.

Lo esige, se vogliamo valere per quello che realmente siamo, la partecipazione piena all'avanzamento della realtà europea; lo esige la domanda di efficienza e di sicurezza che viene dal basso, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni e dai cittadini.

Vi ringrazio ancora per l'accoglienza (applausi) e soprattutto per i molti spunti di analisi e di riflessione che hanno offerto gli interventi che ho ascoltato.

Incontri come questi in questo ambiente, danno fiducia a chi ama l'Italia, e sogna, per l'Italia benessere, progresso, serenità.

Voi state facendo la vostra parte; continuate a farla. A tutti voi buon lavoro.