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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

31-12-1999
MESSAGGIO DI FINE ANNO AGLI ITALIANI


MESSAGGIO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
AGLI ITALIANI

Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 1999


Italiane, Italiani,

tra poco come ogni sera nelle nostre case suonerà la mezzanotte. Quei rintocchi segneranno l'inizio dell'anno 2000. Tramonta il secolo XX; sta per spuntare l'alba di un nuovo millennio. Non vi meraviglierete se uno come me, che ha vissuto quattro quinti del secolo che sta per terminare, si rivolge soprattutto ai giovani. A coloro che vivranno una gran parte del secolo che sta per nascere.

Ho in mente il tema scolastico di una quattordicenne, che mi è capitato di leggere: "Si concludono - scrive - i cento anni più lunghi della storia dell'umanità", e poi spiega: i più lunghi, per la straordinaria densità e drammaticità degli eventi, per l'accelerazione sorprendente del progresso della scienza e della tecnologia.

Il Novecento è un secolo diviso nettamente in due parti. Una prima segnata da due terribili guerre, scoppiate in Europa e che hanno coinvolto e sconvolto l'intero mondo. Una seconda parte che ha visto quegli stessi paesi, che si erano aspramente combattuti, superare gli odi e i rancori di quelle guerre, lasciarsi alle spalle i nazionalismi esasperati e unirsi in una realtà sovranazionale, l'Unione Europea.

Proprio verso la metà del secolo, nel 1948, l'Italia, riconquistate le sue libertà e la sua dignità, seppe stipulare un patto nuovo fra tutti i suoi figli, la Costituzione repubblicana. In quel patto è confluita tutta la nostra storia, con le sue lotte per la democrazia, per la giustizia, per l'unità della Patria. A testimonianza ed eredità del passato, a guida dello slancio verso il futuro.

E' una Costituzione che nel tempo si dimostra telaio valido sul quale operare le modifiche necessarie in un mondo che cambia, senza disperderne i princìpi e i valori fondamentali. Sulle solide fondamenta della Carta Costituzionale, l'Italia ha fatto grandi progressi, sì da entrare a far parte del gruppo dei sette maggiori paesi industriali del mondo.

Sono queste, cari giovani, l'Europa e l'Italia che la mia generazione consegna alla vostra, con l'orgoglio delle speranze realizzate, con la responsabilità dei problemi non risolti.

Certo i conflitti ancora avvengono; nella stessa Europa, come ci insegna il dramma nei Balcani. Ma è questa una vicenda che ci conferma nel cammino intrapreso. Un'Europa che fosse stata ancora divisa al suo interno avrebbe corso il rischio di una nuova grande guerra. Non avrebbe certo potuto svolgere l'azione che ha svolto per contribuire a spegnere quei conflitti; non potrebbe oggi operare, come opera, per superarne le cause e far prevalere la pace.

Ma, bisogna andare oltre, in Europa e in Italia, per affermare la pace. In Europa occorre che nuove istituzioni e nuove procedure vengano introdotte; che l'Unione divenga più coesa, che crescano il suo prestigio e la sua autorevolezza.

Siamo sulla strada giusta. Con la creazione dell'Euro, la cessione da parte di undici Stati della sovranità di batter moneta a un'istituzione comune, sovranazionale, ha dato una forte accelerazione e una chiara, inarrestabile, spinta al processo di integrazione. Fra due anni, 290 milioni di cittadini di undici Stati useranno le stesse monete, gli stessi biglietti di banca. Ci sentiremo tutti più europei. Agli Stati che hanno dato vita all'Euro fanno carico ora responsabilità specifiche, a cominciare dal governo coordinato delle economie.

Si sta configurando una politica comune della Difesa e della Sicurezza, in cui si integreranno le nostre Forze Armate, che già operano come prezioso strumento per il mantenimento della pace nelle più diverse parti del mondo. Stiamo scrivendo insieme con gli altri Parlamenti nazionali e con il Parlamento Europeo la Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione. Stiamo, insomma, creando l'Europa dei cittadini e delle istituzioni, dopo quella dei mercati.

Di quest'Europa l'Italia ha voluto e saputo essere parte. L'Italia non è mai mancata a nessuno dei momenti fondamentali del processo di integrazione europea. Non è mancata all'appuntamento dell'Euro.

La cultura della stabilità: l'abbiamo acquisita nel duro cammino verso il risanamento finanziario, ormai consolidato, come confermano i dati di questo fine anno. Abbiamo mantenuto, stiamo mantenendo gli impegni presi con noi stessi, con gli altri Stati dell'Unione Europea. Dobbiamo ora estendere quella stabilità a tutti gli aspetti della nostra convivenza civile. E in primo luogo alla stabilità politica e di governo.

Per contare, per competere nell'arena internazionale, dobbiamo dare ai governi la possibilità, i tempi, per operare; sotto il pungolo delle opposizioni, ma senza l'affanno della precarietà. Già siamo riusciti a realizzare forme di governo più solide e responsabili nei Comuni e nelle Province. Stiamo per realizzarle nelle Regioni. E' indispensabile, deve essere impegno di tutte le forze parlamentari, irrobustire la saldezza della istituzione "governo" anche a livello nazionale. Prenderà così corpo e sostanza quella stabilità, che con la possibilità dell'alternanza, rende feconda la democrazia.

La nostra Repubblica diventerà più forte, dando maggiore respiro all'Italia delle Regioni, all'Italia delle cento città, colmando quella distanza fra il cittadino e lo Stato che è un nostro male antico. L'unità dell'Italia sarà, così, quella che sognarono i padri del Risorgimento: fondata non sul centralismo, ma sulla pluralità delle patrie regionali e comunali.

L'autorità, il prestigio delle istituzioni, di tutte le istituzioni - politiche, giudiziarie, amministrative - risiedono nella fiducia dei cittadini. Istituzioni rinnovate, efficienti sono condizione necessaria per assicurare una giustizia tempestiva, per mantenere competitività al sistema Italia, per favorire una crescita maggiore, per creare nuovi posti di lavoro, per garantire più diffuso benessere.

L'occupazione: questo è l'obiettivo vero verso il quale debbono tendere tutti i nostri sforzi riformatori. Della disoccupazione, delle disuguaglianze di sviluppo soffrite innanzitutto voi giovani. Ne soffre soprattutto il Mezzogiorno. La mia generazione, la generazione dei vostri padri, avverte il disagio, sente la responsabilità di questi perduranti squilibri.

L'articolo primo della Costituzione recita: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Da troppi anni il numero dei senza lavoro supera l'11 per cento di coloro che vogliono lavorare. Ancor più doloroso, il 30 per cento dei giovani che cercano lavoro non lo trovano. Ci danno speranza i segni recenti di aumento dell'occupazione.

Sappiamo che il lavoro durevole si crea innovando, stando al passo di un mondo che muta ed avanza con tempi sempre più rapidi. Sta agli imprenditori, alla loro capacità progettuale di esprimere e attuare nuove iniziative. Ma lo Stato deve assicurare le condizioni, in primo luogo quelle della sicurezza, affinché gli imprenditori possano operare con fiducia.

Lo sviluppo economico è sempre più fondato sulla conoscenza. Il capitale principale è quello umano. Voi giovani ne siete l'essenza. E' nell'interesse di tutti accrescere la vostra professionalità. Ma quel capitale è capitale vero, quanto più sia ricco di energie ideali, che si esprimano non solo in iniziative economiche ma anche in progetti generosi e alti: l'impegno per il rispetto dei diritti umani, la lotta per un ambiente migliore, la lotta contro il razzismo e l'esclusione sociale, l'opera di volontariato dentro e fuori i nostri confini.

Il secolo che ci lasciamo alle spalle ha visto crescere l'Italia in benessere, in solidarietà, in spirito civile. Cento anni fa quattro militari di leva su dieci non conoscevano l'alfabeto; oggi milioni di giovani dialogano attraverso gli strumenti informatici e il loro numero cresce rapidamente. Cinquant'anni fa le donne erano escluse dal diritto di voto; oggi partecipano in misura crescente alla vita politica, sociale, economica, arricchendone la qualità. Dobbiamo essere consapevoli non soltanto delle insufficienze, dei ritardi della nostra società, ma anche dei successi. Affronteremo così con maggiore sicurezza le sfide del nuovo secolo.

Ci attendono i grandi problemi del mondo. La scienza è giunta alle frontiere della vita, animale e vegetale. Oltre, vi sono la seduzione e i pericoli di manipolazioni aberranti. La mondializzazione dei mercati economici e finanziari produce nuovo benessere, ma rischia di mortificare vocazioni produttive, mestieri, culture di popoli, di acuire disuguaglianze. La globalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa crea spazi di informazione per tutti i popoli, ma rischia di provocare dipendenza da scelte altrui, pericolosa soprattutto per la formazione delle nuove generazioni.

Grandi possibilità di progresso e gravi pericoli sono strettamente congiunti. L'esito dipende dalla nostra capacità di governare fenomeni aperti verso il bene ma anche verso il male; di riuscire a fecondare l'avanzamento delle tecniche con un senso forte di umanità e di solidarietà. Domina, su ogni altra sfida del nuovo secolo, il mantenimento della pace. Nell'età nucleare impedire nuove guerre è indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza. Occorre rafforzare le istituzioni sovranazionali, ancora inadeguate ad assicurare il successo in questo fondamentale compito.

L'Italia è parte del ristretto numero di grandi Nazioni sulle quali ricadono, in tutti questi campi, le maggiori responsabilità. A una responsabilità più diretta ci chiama la nostra posizione mediterranea nel confronto tra l'Europa da un lato e l'Africa e il Medio Oriente dall'altro: uno dei maggiori temi del secolo che sta per cominciare. Diversità forti di carattere demografico ed economico si innestano sulle diversità di religione e di cultura: rendono il confronto particolarmente complesso. Soltanto il dialogo può renderlo costruttivo per tutti.

E' un confronto già in atto. Lo vediamo nelle nostre città e nelle nostre campagne. Migliaia di immigrati chiedono lavoro. Sui banchi delle nostre scuole siedono, in numero crescente, ragazze e ragazzi venuti da paesi poveri, con le loro famiglie che cercano da noi un'occasione di vita. Milioni, come loro, ci chiedono soprattutto di aiutarli a far crescere i loro Paesi. Al loro appello dobbiamo saper rispondere, attenti ai bisogni degli altri, sicuri dei nostri valori.

Umanesimo e Cristianesimo: sono le due grandi forze ispiratrici della nostra civiltà, della civiltà dell'intero mondo occidentale. Su questi valori si basano la nostra società e il suo nucleo fondamentale, la famiglia, nella quale si avverte sempre di più l'esigenza di tutela per l'infanzia, di partecipazione e di assistenza per gli anziani, di guida e di orientamento per i giovani. Soltanto un popolo consapevole e orgoglioso delle proprie radici, della propria identità, può progettare e costruire con fiducia il suo futuro. Di queste radici cristiane e umanistiche Roma è simbolo. Roma, città nella quale convivono due Stati, realtà unica al mondo.

Il mio pensiero, il mio augurio, il mio ringraziamento vanno oltre Tevere, a Sua Santità Giovanni Paolo II, che prega e opera per la pace in San Pietro, la cui grande cupola svetta sul panorama a tutto campo che spesso ammiro dal Quirinale.

Il Quirinale, la casa di tutti gli italiani, la casa che voglio sentiate vostra. Vi è una piena di sentimenti nel mio animo, mentre vi sto parlando. Dobbiamo aver fiducia in noi stessi: ne esistono le condizioni. Sta in noi realizzarle.

Voi soprattutto, cari giovani, dovete avere fiducia. I problemi che vi ho esposto sono problemi di cui voi siete e dovete sentirvi protagonisti.

L'Italia sarà quella che voi saprete essere. Sta a voi far diventare questa nostra Patria più forte e più bella, quella Patria per la quale tanti dei miei compagni di gioventù hanno dato la vita.

Guardate in alto. Nutrite speranze e progetti. Date libera espressione a quanto di nobile, di generoso, anima le vostre menti, i vostri cuori. Soprattutto, abbiate sempre dignità di voi stessi.

Cari italiani tutti,
vi sento, vi vedo nelle vostre case, così come voi fisicamente mi vedete; vi vedo con le vostre gioie, con le vostre speranze, con le vostre sofferenze. Penso anche a voi Italiani che per scelta o per necessità vi trovate fuori dei confini della Patria, alla quale vi so strettamente legati, custodi gelosi di tradizioni, di memorie, della stessa lingua d'origine.

E a tutti Voi, con tutto il cuore, faccio gli auguri più belli.

Buon Anno 2000!