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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

04-10-1999
PICCOLO TEATRO STREHLER: INCONTRO CON LE AUTORITA' DELLA REGIONE, DELLA PROVINCIA E DELLA CITTA'

 

VISITA DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA CITTÀ' DI MILANO

INCONTRO CON LE AUTORITA' AL PICCOLO TEATRO "GIORGIO STREHLER"

Milano, 4 ottobre 1999

Grazie per la vostra accoglienza, grazie al Sindaco dott. Albertini, al Presidente della Provincia, on. Colli, al Presidente della Regione, On. Formigoni per le parole che hanno voluto usare nei miei confronti.

Oggi sono qui a Milano. Milano è una nuova tappa e, certo, tra le più importanti e stimolanti del viaggio che, come Presidente della Repubblica, ho intrapreso con visite a città italiane e straniere. Un viaggio in luoghi spesso già noti, in parte legati a momenti fondamentali della mia vita, che, pure, finiscono per costituire per me, talora, un paesaggio nuovo e, per certi aspetti, sorprendente.

Colpiscono la varietà e il fascino delle città italiane visitate, dalla mia Livorno a Bari, a Brindisi, a Lecce, a Venezia, a Vicenza e a Treviso e, poi, da Torino a Napoli, all'Aquila e a Pescara e, ora, a Milano: insieme, sono i primi tasselli di un mosaico straordinario che è l'Italia. Direi quasi che mi sto innamorando dell'Italia, ma l'ho sempre amata. E tanto!

Sono già molte anche le capitali straniere, le città straniere che ho avuto occasione di visitare: dall'Albania alla Germania con la sua capitale ritrovata, Berlino e, poi, Rabat, dove le onoranze funebri a Re Hassan sono divenute occasione d'incontro nel nome della pace; e, infine, la settimana scorsa, a Helsinki, capitale d'Europa in questa fase in cui tocca, per la prima volta, alla Finlandia, nuovissimo membro dell'Unione, la Presidenza di turno. Fra pochi giorni mi recherò in Israele e in Palestina.

Mi sembra quasi di compiere un pellegrinaggio: di incontro e di dialogo con una rinnovata Italia, alla ricerca di una nuova Europa, di una pace europea che possa allargarsi al mondo intero e, prima di tutto, all'Europa orientale e balcanica, e al Mediterraneo, dove vedo profilarsi una parte così importante del nostro futuro.

E, oggi, sono di nuovo a Milano. Dico di nuovo perché vi sono stato, pochi giorni fa, sia pure per poche ore - ore di tristezza e di meditazione davanti al feretro di Leo Valiani - sentendo tutta la città idealmente raccolta attorno a lui e alla sua memoria, per riconfermare idealmente se stessa e l'Italia intera nei valori di libertà e giustizia. Valiani, grande maestro di vita, uomo cosmopolita, milanese per elezione.

Non tocca a me ricordarvelo: Milano è grande non solo per la genialità e per la tenace laboriosità dei suoi figli. E' grande anche per la capacità di accogliere, di integrare nella sua cultura e identità, uomini venuti da ogni parte d'Italia e del mondo, e acquisire da loro nuovi spunti di civiltà. Ognuno di noi ha in mente chissà quanti nomi di "milanesi" famosi, nati in Emilia o in Sicilia, in Toscana o in Campania e che in Milano, in Lombardia hanno trovato l'habitat dove meglio realizzare le proprie aspirazioni, i propri ideali, i propri sogni: cioè "vivere".

La concretezza operativa di Milano l'ho avvertita anche nei discorsi che qui, oggi, ho ascoltato. Vi è concretezza nell'elencare i successi, come nell'elencare e analizzare i problemi, le difficoltà, le insufficienze a cui bisogna porre rimedio. Vedo, forse, più chiaramente, proprio qui a Milano, che è stata ed è capitale economica della nostra Patria, come vada prendendo forma il nuovo destino europeo dell'Italia.

Guardiamo ad alcuni dei problemi del presente e del futuro e che già hanno fatto oggetto dei precedenti discorsi. Per lo più, non sono problemi solamente milanesi, ma problemi italiani, ma problemi europei o, addirittura, problemi del nostro tempo e della nostra civiltà. Penso, in primo luogo, alla sicurezza o, meglio, alle minacce che la criminalità vecchia e nuova, il diffondersi delle droghe, i problemi sociali posti dalla stessa grande dimensione urbana, pongono alla sicurezza dei cittadini, togliendo serenità alla nostra vita.

Penso all'immigrazione anche da paesi lontani, da differenti etnie. L'ho detto nel recente messaggio che ho rivolto all'inizio dell'anno scolastico: l'immigrazione è anche una ricchezza, e continuerà a esserlo, forse sempre di più, in questo mondo dove si accorciano le distanze e cadono le frontiere.

Ma, fra i semi di grano, si può frammischiare il loglio. Oltre che regolare i flussi, occorre vagliarli. Dall'immigrazione derivano seri problemi che si combinano con quelli della sicurezza.

Solo il congiunto operare delle autorità locali e del governo nazionale, il coordinamento delle forze dell'ordine possono risolverli.

Non siamo certo allo sbando. Si vedono anzi - e già sono stati notati - i primi segni di un nuovo impegno e di nuovi comportamenti e collaborazioni volti ad assicurare maggiormente il rispetto della legalità e a dare sicurezza ai cittadini. Sono venuto qua da voi dopo avere visitato, questa mattina, le Centrali Operative della Polizia e dell'Arma dei Carabinieri e ho visto come comincia a funzionare questa interconnessione delle reti che è fondamentale che si ampli anche alle Forze dell'Ordine e che si approfondisca in modo che, veramente, si arrivi a una capacità di presenza congiunta e unica di tutte le Forze dell'Ordine pur nel rispetto delle loro organizzazioni autonome.

Sono, questi, problemi che travalicano le nostre frontiere. Non a caso sono tutti temi ai quali si dedicherà il prossimo vertice europeo a Tàmpere in Finlandia.

Sappiamo anche che, i problemi dell'immigrazione, vanno affrontati all'origine, aiutando i Paesi da cui oggi si muovono ondate di derelitti, a costruire per loro, in Patria, le condizioni per un futuro migliore. Ecco perché è tanto importante che abbiano successo il patto di stabilità nei Balcani e i progetti di sviluppo e cooperazione con i Paesi del Mediterraneo legati al processo di Barcellona e, anche, al di là di questo processo.

La mia riflessione corre, ora, al grande tema dell'euro. L'Italia, tutta l'Italia, ha voluto e saputo essere tra i Paesi fondatori della moneta europea, fondamento della nuova sovranità comune europea. Abbiamo fatto, tutti insieme, una scelta lungimirante: fuori dell'euro ci attendeva la deriva.

Ma l'Europa dell'Euro - lo sappiamo - implica una grande sfida, la sfida di un mercato veramente comune dove si offrono a tutti nuove occasioni di crescita, ma dove opera una concorrenza più forte.

Saranno i più bravi a beneficiare maggiormente del grande mercato europeo e mondiale. Noi dobbiamo essere fra i più bravi, che vuol dire fra i più competitivi.

E' una sfida che possiamo vincere come abbiamo vinto la sfida della partecipazione all'Euro. Ma dobbiamo essere ben consapevoli delle regole del gioco nella nuova realtà europea.

Ad esempio: entrando nell'Euro abbiamo detto addio, una volta per tutte, consapevolmente, alla via di fuga delle svalutazioni della nostra moneta rispetto alle altre valute europee, una via di fuga dalle nostre debolezze che, troppe volte, e troppo a lungo, in passato, non abbiamo avuto il coraggio di affrontare in tempo, costretti, poi, a pagare un ben caro prezzo, svalutando la lira, cioè peggiorando le nostre ragioni di scambio.

Vincere quella sfida, saper migliorare la nostra condizione competitiva rispetto agli altri Paesi dell'Euro, significa, in primo luogo, eliminare i nostri punti deboli.

Per alcuni - e fra i più gravi - abbiamo già provveduto e ne abbiamo tratto grossi benefici. Facendo nostra la cultura della stabilità economica, abbiamo sradicato l'inflazione; abbiamo raddrizzato i conti pubblici; abbiamo riconquistato sui mercati la credibilità, parola alla quale, sempre, bisogna fare riferimento perché è fondamentale per la nostra vita. E, con la credibilità, abbiamo acquistato diritto alle condizioni praticate, sui mercati creditizi e finanziari, ai migliori operatori e creditori mondiali.

Ora dobbiamo consolidare questi successi e andare oltre.

Vogliamo maggiore crescita e occupazione e sappiamo di avere le potenzialità per farlo.

Affinché ciò che è potenziale si traduca in realtà, dobbiamo operare, in primo luogo, attraverso due direttrici: formazione del capitale umano, investimenti.

E' un binomio particolarmente stretto e ambedue le sue componenti si richiamano all'innovazione: bisogna essere capaci d'immettere i frutti della ricerca in tutti e due i fattori della produzione, cioè nel lavoro e nel capitale.

Nella nuova realtà di un progresso tecnologico incessante e rapido, la formazione professionale interessa l'intero arco della vita di chi lavora: si alimenta, certo, dell'accumulo d'esperienze che si fanno lavorando, ma richiede inevitabilmente frequenti aggiornamenti specifici. Ed è questo che dobbiamo fare, che dobbiamo saper fare. Abbiamo le risorse, abbiamo i fondi. E' stato ricordato, ancora poco fa, nell'intervento del Presidente della Provincia. Faccio riferimento, in particolare, ai fondi comunitari. Stamani, sfogliando i giornali, leggevo un articolo sul "Sole 24 Ore" in cui, appunto, si metteva in evidenza che noi non siamo stati ancora capaci di utilizzare, anche nelle zone "obiettivo 2" - quindi anche a Milano - i fondi europei, i fondi comunitari disponibili per la formazione.

Le innovazioni tendono sempre più a investire, oltre che i prodotti, le tecniche e i processi produttivi, l'organizzazione della produzione. Per questo, ieri, ho voluto fare, qui a Milano, una pur rapida visita alla Fiera, allo SMAU, per sottolineare l'importanza dell'immissione dell'innovazione nei processi produttivi.

Un passaggio chiave in tutto questo è un rapporto più intenso e più ampio fra imprese, Università e Centri di ricerca. E faccio qui un appello ad ambedue: da un lato alle imprese, dall'altro alle Università e ai Centri di Ricerca, perché intensifichino le loro relazioni; vi sono quindi possibilità, con vantaggio di ambedue, di dare luogo a progetti congiunti in tema di innovazione e della sua applicazione.

Un altro passaggio chiave è la creazione di condizioni che consentano alle piccole e medie imprese di proiettarsi con maggiori conoscenze e con tempestività sui mercati internazionali.

Le piccole e medie imprese sono una nostra realtà peculiare, per le dimensioni che essa ha assunto in Italia. Ce ne rendiamo conto quando sentiamo altri Paesi invidiarcele. Ora non c'è dubbio che in questa fase di forte competizione, si pone un problema di assistenza, di sostegno alle piccole e medie imprese: un sostegno non di finanziamento, ma è anche, soprattutto, di conoscenza dei mercati e dei nuovi processi produttivi.

Applicando queste linee evolutive, sono convinto che la vittoria nella sfida europea e mondiale è sicura.

Certo, per fare tutto questo occorre quella che io chiamo fantasia, che è capacità creativa. Occorre coraggio, occorre determinazione, occorre tenacia nell'intraprendere. Parlo, oggi, qui a Milano, a coloro che, più di ogni altro, in Italia hanno saputo farlo da generazioni.

Certo, per intraprendere e per avere successo è essenziale che sussistano anche le condizioni politiche e amministrative: intendo non solo quelle importantissime a livello nazionale, ma insieme a queste, quelle a livello locale, regionale, provinciale, comunale.

Per questo insisto tanto sulle riforme istituzionali, da quelle che attengono a un funzionamento più efficiente e più semplice delle pubbliche amministrazioni a quelle che più direttamente attengono alla stabilità politica.

Senza stabilità di governo, a tutti i livelli: comunale, provinciale, regionale, nazionale; senza una vera struttura federale del potere politico e amministrativo che faccia proprio il principio di sussidiarietà, applicato funzionalmente, non si fanno progetti, o, quanto meno, non si ha il tempo per realizzarli, non si hanno amministrazioni efficienti. Soprattutto stenta a divenire fiducioso, franco, produttivo il dialogo necessario e indispensabile fra i cittadini e le istituzioni.

Certo, amministrazioni efficienti hanno bisogno di procedure semplificate, chiare anche nei rapporti tra i vari livelli amministrativi, sì da evitare quelle situazioni di stallo che spesso, troppo spesso, bloccano le stesse scelte e, poi, la loro realizzazione anche quando si tratta di opere riconosciute di interesse generale.

Vi è una sorta di circolarità in queste condizioni politiche ed economiche che ho succintamente richiamato. Ognuna di esse è necessaria perché le altre si realizzino: tutte presuppongono che chi gestisce la cosa pubblica si senta e si ponga al servizio delle istituzioni.

Penso di non poter essere accusato di retorica quando dico questa frase ma ne sono profondamente convinto. Sono convinto della necessità che chiunque appartenga a un'amministrazione, a qualsivoglia livello, si ponga in uno spirito nuovo nei confronti dell'amministrazione di cui fa parte, svolga le sue funzioni con un sentimento attivo, convinto di dover dare un apporto sostanziale, con la propria opera, cioè che sappia assumere le sue vere responsabilità.

Cari amici di Milano,
è in un'Italia libera, aperta, dinamica, salda nei propri valori morali, della famiglia, del lavoro, della solidarietà, orgogliosa delle proprie tradizioni culturali, l'obiettivo che stiamo perseguendo.

Solo l'Italia libera poteva pesare tanto da entrare nell'Euro.

Solo l'Italia libera, unita, socialmente coesa, politicamente e economicamente forte, potrà concorrere in modo determinante nelle scelte dell'Europa, nella politica di apertura verso il Mediterraneo e verso l'Est, nella capacità di mobilitare, insieme con l'America, nostra grande alleata, e nel contesto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, le forze necessarie per prevenire e sedare i conflitti vicini e lontani, per assicurare ai nostri figli e ai nostri nipoti di vivere in un secolo più sereno di quello in cui, nei nostri primi anni, ci è toccato di vivere.

Siamo riusciti a tradurre in realtà molte delle speranze della nostra giovinezza. Abbiamo creato, tutti insieme, le basi per una nuova Italia, per un mondo in cui le generazioni possano affrontare con fiducia e con speranza l'avvincente vicenda che, con la nascita, si è loro dischiusa. Esistono - ne sono profondamente convinto - le condizioni e i mezzi necessari. Abbiamo il dovere morale di fare quanto sta in noi affinché tutto ciò si realizzi, affinché quello che a Milano - cuore dell'Italia che intraprende e lavora, depositaria di valori civili e morali su cui si fonda la nostra identità nazionale - non mi perito di chiamare il sogno di un nuovo Risorgimento si avveri.