Presidenza della Repubblica

menu di navigazione

percorso: Presidenti /  Ciampi /  discorsi  /  discorso

DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

02-06-1999
INCONTRO CON IL CORPO DIPLOMATICO IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA

 

ALLOCUZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
AL CORPO DIPLOMATICO IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA

Roma, 2 giugno 1999


Eccellentissimo Decano,

La ringrazio per l'augurio che, a nome del Corpo Diplomatico, Lei mi ha rivolto e ancor più La ringrazio per le generose parole che ha avuto nei miei confronti e soprattutto nei confronti dell'Italia.

Signori Ambasciatori,
sono lieto che questa prima occasione di incontro con il corpo diplomatico avvenga pochi giorni dopo l'inizio del mio mandato, perché mi consente di condividere con Voi alcune riflessioni che spero diventino la base di un fruttuoso dialogo, ma soprattutto di un comune sentire.

La Vostra numerosa presenza mette in luce la ricchezza del rapporto intrattenuto dall'Italia con la comunità internazionale, in una realtà di crescente collaborazione e interdipendenza.

È un rapporto, questo, segnato dalla qualità dei legami che abbiamo con tutti Voi e dalla attenzione e sensibilità che l'Italia, per effetto della sua stessa lunga storia, prova verso le altre nazioni.

L'operosità delle collettività italiane presenti in tutti i continenti; la vitalità del nostro sistema imprenditoriale italiano; il coinvolgimento dei nostri scienziati in tanti progetti; i valori unici della cultura italiana, caratterizzata da una straordinaria capacità di rinnovarsi nel rispetto di una millenaria tradizione; l'attività diffusa di numerosi organismi non governativi che operano con spirito di solidarietà fuori dalle nostre frontiere, e in questo momento con particolare impegno nei Balcani; tutte queste realtà costituiscono il contributo significativo dell'Italia a una collaborazione internazionale sempre più vasta a fini di pace.

Ma proprio perché la pace è il valore supremo al quale l'Italia si ispira, non posso non esprimere la mia preoccupazione profonda per quanto di terribile sta accadendo a poca distanza dal nostro Paese, in una regione a cui ci legano antichi legami di civiltà e di amicizia.
Non riesco a dimenticare quella orrenda espressione, "pulizia etnica", sotto la quale si cela una tragica realtà quotidiana di violenze, di lutti e di distruzioni. Una realtà che riporta alla memoria tragedie già vissute dal nostro continente in un passato che credevamo definitivamente alle nostre spalle.

È tutto questo che ha determinato l'inevitabilità del ricorso alle armi.

Ma noi conosciamo, per diretta ormai lontana esperienza, i tremendi costi di un conflitto. Tanto più forte è il nostro auspicio che si rafforzi la via del negoziato, da perseguire in piena intesa con gli altri Paesi membri dell'Alleanza Atlantica, per addivenire con la pace al ristabilimento dei diritti degli oppressi: l'Italia vi è intensamente impegnata.

Una verità è evidente ai nostri occhi: e cioè che i giusti diritti di tutti i popoli possono essere preservati soltanto in un quadro di cooperazione istituzionale tra le nazioni, per la pace e lo sviluppo, quale quello che si è creato in Europa con l'Unione Europea e attorno all'Unione Europea.

Noi tendiamo la nostra mano a tutti i popoli che vorranno venirci incontro su questo terreno. Ad essi offriamo, come idea guida per il futuro, quella di una grande area di stabilità democratica, di una "pax europea" fra nazioni libere e uguali.

E consentitemi di ricordare qui con soddisfazione e gratitudine il grande, spontaneo slancio dei cittadini italiani, che si è affiancato agli sforzi intensi delle Autorità e all'opera appassionata delle nostre Forze Armate, per offrire aiuto e protezione ai profughi del Kosovo.

Signori Ambasciatori,
le aspettative della Comunità Internazionale, per la pace e la giustizia, non devono essere disattese.

Troppi esseri umani vivono ancora nel bisogno, nella fame, nella privazione dei diritti umani. Troppe sciagure, dalle minacce all'ambiente alla droga, dalla criminalità al terrorismo, erodono le nostre società. La maggior parte di questi problemi possono essere risolti soltanto attraverso una stretta collaborazione internazionale.

A che servirebbe una pur forte crescita economica e tecnologica, se dei suoi frutti non potessero beneficiare tutti gli abitanti del pianeta, se milioni di adulti e di bambini dovessero continuare a languire in una vita di stenti, che genera disperazione? Siamo consapevoli, come Italiani e come europei, delle responsabilità che su di noi ricadono per assicurare uno sviluppo giusto ed equilibrato, che solo potrà creare quelle basi di uguaglianza e di armonia che rendono i popoli solidali e partecipi di un destino comune.

Sappiamo anche che occorre potenziare, tra le armi della pace, quelle dell'educazione, della formazione, della comunicazione e della cultura. Alle necessarie iniziative in questi campi è già riservata una parte importante di quei programmi di sviluppo e di quelle iniziative internazionali, che sono promosse o condivise dall'Italia, e a cui continueremo a dedicare tutto il nostro impegno e sostegno.

Ci avviciniamo all'inizio del nuovo secolo con una rinnovata e diffusa speranza: che i valori della democrazia ed il rispetto dei diritti umani entrino a far parte di un patrimonio aperto a tutta l'umanità.

Ma non è meno chiara la responsabilità di istituire, e rispettare, regole di convivenza e meccanismi di solidarietà capaci di dare una risposta a problemi che non conoscono frontiere.

Mi riferisco in particolar modo al rispetto dei diritti naturali di tutti gli esseri umani, uomini e donne, quale che sia la loro etnia, religione o cittadinanza.

Dobbiamo dare tutti assieme una grande prova di forza d'animo, di chiarezza di idee, di determinazione per dotare la comunità internazionale dei necessari strumenti operativi e di controllo.

Questo nostro primo incontro avviene in un momento in cui, pur fra tensioni e conflitti, si va affermando una nuova concezione del diritto internazionale. Questo non è più soltanto concepito come regolatore delle relazioni fra stati sovrani ma anche e soprattutto come complesso di principi di libertà, di umanesimo, di diritti fondamentali della persona.

Diritto costituzionale delle genti, dunque più che diritto internazionale nel suo tradizionale significato.

Signori Ambasciatori,
nel discorso dinanzi al Parlamento in seduta comune ho voluto riferirmi non solo all'impegno che comporta la costruzione attiva del processo di unità europea, ma anche a un percorso, di cui non mi sfugge la complessità, che va oltre i confini europei.

Abbiamo di fronte a noi una grande opportunità.

Il senso di una comune appartenenza - da Est ad Ovest, da Nord a Sud - a un'identità europea, la coesione fondata su tradizioni culturali affini e alimentata dal condividere principi e norme di condotta, costituiscono un apporto unico ed originale dell'Europa alla comunità internazionale.

È un contributo di stabilità politica, di sviluppo economico, di buon governo.

Interessa, in particolare, i Paesi che lambiscono il Mediterraneo, luogo di incontro, di civiltà e di culture diverse, che si sono reciprocamente arricchite nel volgere dei secoli.

L'attuale diversità nelle condizioni sociali, ed economiche, demografiche genera contraddizioni e contrapposizioni che possono - e noi dobbiamo essere capaci di farlo - tradursi in opportunità di avanzamento comune, attraverso il dialogo e la cooperazione, in un quadro di stabilità e di sicurezza.

Oltre questo orizzonte più vicino guardiamo all'Africa. Guardiamo al fondamentale legame transatlantico. Guardiamo ai nostri antichi legami con l'America Latina. Guardiamo alle prospettive di grande collaborazione con l'Asia e con l'Oceania.

Signori Ambasciatori,
l'Italia, forte dell'esperienza creativa del processo di unificazione europea, opera e continuerà a operare per lo sviluppo di tutte le istituzioni internazionali che hanno come loro obbiettivo di far crescere la cooperazione tra le nazioni: prima fra tutte l'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Oggi l'ONU attraversa una fase di ammodernamento che deve portare - respingendo ogni forma di oligarchia ed ogni esclusione - a un coinvolgimento sempre più diretto di tutti gli stati. L'obiettivo è di rafforzare la funzione dell'istituzione, quale foro principale di prevenzione e di governo delle crisi internazionali. A questo processo di rafforzamento delle Nazioni Unite, l'Italia fornisce e continuerà a fornire un contributo di primo piano, in linea con il suo accresciuto ruolo propositivo e finanziario nell'Organizzazione.

Ma noi crediamo anche all'importanza della funzione che può essere svolta da altri organismi. Con lo stesso spirito costruttivo l'Italia ha celebrato, nel recente Vertice di Washington, al quale hanno presenziato quasi tutti gli stati d'Europa, il cinquantesimo anniversario dell'Alleanza Atlantica. L'Alleanza ha contribuito per mezzo secolo a garantire al nostro Paese e a tutta l'Europa quella pace e quella stabilità che auspichiamo per il mondo intero. Ora più che mai l'Italia, in virtù della propria responsabile appartenenza all'Alleanza Atlantica, e delle scelte che in essa congiuntamente definisce, l'Italia riafferma l'obiettivo di costruire un sistema di sicurezza e di cooperazione esteso a tutto il continente.

Signori Ambasciatori,
il problema della sicurezza nel mondo si affianca, nella nostra visione, a quello del futuro dell'Europa impegnata nel processo di unificazione.

La creazione della moneta unica europea ha costituito un momento di straordinaria importanza. La sua realizzazione ha implicato la rinuncia consapevole degli stati membri a una parte importante della loro sovranità. Altri obiettivi già si annunciano, nell'ulteriore avanzamento dell'integrazione economica, come nel progresso verso una politica estera e di sicurezza comune.

Siamo fiduciosi che ciò farà sempre più emergere un'Europa capace non soltanto di garantire libertà, pace, benessere al suo interno, ma di proiettare questi valori su scala globale.

Nella prima metà del secolo che si sta chiudendo, i Paesi europei hanno coinvolto il mondo intero nelle loro guerre.

Nella seconda metà del secolo abbiamo saputo trasformare i conflitti in emulazione, abbattere le frontiere, dar vita a forme comuni di governo.

Vogliamo, nel nuovo secolo, continuare ad essere artefici di pace nel nostro continente e in tutto il mondo.

L'Italia agirà con determinazione in questa direzione, insieme con tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea. È questa l'aspirazione, la vocazione del nostro popolo, nel solco delle sue grandi tradizioni di umanità e di universalità.