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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

05-05-2005
Allocuzione del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione del conferimento del Premio Internazionale Carlo Magno


ALLOCUZIONE DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
IN OCCASIONE DEL
CONFERIMENTO DEL
PREMIO INTERNAZIONALE CARLO MAGNO

Aquisgrana, 5 maggio 2005

Signor Presidente della Repubblica Federale di Germania,
Autorità civili e religiose,
Signor Sindaco,
Signor Presidente del Comitato Direttivo del Premio Internazionale Carlo Magno,
Signore e Signori,

ricevo con emozione il Premio Internazionale Carlo Magno. Sono orgoglioso di entrare a far parte di una eletta schiera di personalità la cui vita è stata segnata dall'amore per l'Europa, dall'impegno civile, politico, morale, per l'unificazione europea. Colgo l'importanza che questo avvenga nella città di Aquisgrana, crocevia delle culture dei Paesi fondatori delle Comunità Europee; espressione della nostra comune, secolare civiltà; custode della memoria del primo ideatore, orsono più di mille anni, dell'unità dell'Europa. L'impronta della storia europea è qui particolarmente forte. Qui si ritrova l'antica ispirazione di un sogno antico di unità, nutrito di quelli che furono e rimangono i valori primigeni dell'identità europea: Roma e il vasto disegno di un Impero di molte nazioni, fondato sul Diritto, garanzia di giustizia e di pace; e il Cristianesimo, che ha insegnato a tutti gli uomini a considerarsi fratelli ed eguali.

Sento con forza particolare il messaggio di unità che il Premio Carlo Magno da decenni trasmette a tutte le Nazioni europee.

Lo raccolgo nel nome dell'Italia, nel ricordo della lunga storia che ne fece per tanti secoli il cuore dell'Europa, e che la rese aperta ai messaggi di civiltà che lanciava ora l'uno ora l'altro popolo del nostro continente, di volta in volta portabandiera di una ininterrotta, unica storia di progresso. Storia ora gloriosa, ora tragica.

Fra quattro giorni, ricorre il sessantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale: il conflitto che, per la seconda volta in un breve arco di tempo, ha sconvolto l'Europa e il mondo; ha provocato stragi immani di militari e di civili; ha lasciato sul suolo d'Europa la traccia incancellabile di orrende fabbriche della morte. Noi, i sopravvissuti, vedemmo allora tutto attorno a noi uno sconfinato paesaggio di rovine: rovine materiali; rovine morali. Dalla visione di quel panorama di distruzioni, nacque una rivolta delle coscienze.

L'Europa, per sopravvivere, doveva cambiare radicalmente. I Padri fondatori intuirono che, per garantire pace e progresso ai popoli che con tanta ferocia si erano scontrati, non sarebbero bastati trattati di pace, promesse di collaborazione fra Stati nazionali. Per la palingenesi di quella Europa di morte, per la rinascenza di un'Europa di pace e di fraternità fra le Nazioni, occorreva uno slancio creatore, che desse gradualmente vita a una nuova architettura di istituzioni di governo, e fosse animato da un forte, condiviso sentimento di pace, di fratellanza, di libertà. Nacque così l'"esprit communautaire".

Fin dal processo negoziale che portò alla nascita del Consiglio d'Europa furono compresi i limiti di un sistema di semplice cooperazione tra i Governi. Fu proposto ai popoli l'ideale dell'unificazione dell'Europa.

Il principio della sovranità condivisa - realizzato per la prima volta nell'ambito della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio - combinato con il metodo del coordinamento intergovernativo, divenne l'architrave del sistema comunitario, che andò da allora delineandosi.

Questo sistema ha tutelato con efficacia gli interessi degli Stati. Ha soddisfatto i sogni di pace, di sicurezza, di progresso dei popoli. Ha impedito il risorgere dei nazionalismi, e le catastrofi provocate dallo scontro degli egoismi e degli odi.

Abbiamo raggiunto, in un arco di tempo di meno di mezzo secolo, traguardi, noi da giovani, che potevamo soltanto sognare. Gli ideali dei Padri fondatori ci hanno accompagnato lungo il nostro cammino. Essi rimangono attuali e necessari. Completando e superando le tappe successive dell'unificazione - il mercato interno; l'abolizione delle frontiere; il Parlamento Europeo; la moneta unica; l'unificazione graduale del sistema giudiziario - abbiamo esteso la prosperità anche ai popoli più poveri del continente. Abbiamo operato perché si affermassero e consolidassero i valori e le istituzioni della libertà e della democrazia, il rispetto dei diritti delle minoranze. Crediamo in principi e regole che proteggano il benessere dei cittadini europei. Essi sono oggi orgogliosi di proclamarsi tali.

Respingiamo gli egoismi nazionali. Proponiamo a tutti i nostri popoli non soltanto diritti, ma anche doveri. Esprimiamo la vocazione di saper tradurre gli interessi nazionali in una sintesi superiore che soddisfi gli interessi di tutti. Il modello sociale europeo si propone obiettivi di efficienza e di competitività. Si ispira a principi di solidarietà e a regole condivise che siano argine contro la prevaricazione del mercato sui valori sociali, e che al mercato stesso diano quella vitalità che solo può fondarsi sul consenso popolare e sulla sicurezza sociale.

L'Unione Europea non è ancora in grado di parlare al mondo, in ogni circostanza, con una sola voce. Ma è sempre più consapevole della necessità di darsi istituzioni capaci di dare una interpretazione unitaria dei suoi ideali, e dei suoi interessi. Ci uniscono valori comuni, la volontà di diffondere nel mondo i principi di democrazia, di libertà, di tolleranza, che sono il frutto della nostra lunga storia.

Di nessuno siamo nemici. Siamo aperti al partenariato con i Paesi vicini. Siamo aperti al dialogo fra le civiltà. Con tutti i popoli vogliamo collaborare, per la costruzione e la difesa di un mondo di pace. A tal fine siamo pronti ad impegnare le nostre risorse materiali e morali.

Non sono in dubbio, ma anzi appaiono sempre più necessarie, quelle storiche alleanze con Nazioni a noi legate da comuni radici di civiltà e dagli ideali di libertà, prima fra esse gli Stati Uniti d'America, che ci hanno consentito di sopravvivere alle tragedie del XX Secolo, spesso frutto della nostra follia.

Nessun evento esterno ha fermato la traiettoria del percorso europeo. Nessun incidente della storia, lieto o triste, ha arrestato o modificato l'avanzamento dell'Europa verso una sempre più vasta e sempre più intensa e impegnativa unificazione. Non la Guerra Fredda. Non la fine del grande conflitto ideologico che divideva l'Europa tra Est e Ovest. Non la caduta dei muri. Non i grandi mutamenti della realtà economica e politica su scala mondiale. Non le folli minacce e sfide di ideologie distruttive. Ogni evento epocale, ogni incidente della storia europea e mondiale, ha messo ancor più in evidenza l'indispensabilità del processo di unificazione europea.

Nella realtà tumultuosa del XXI Secolo, di fronte alle incognite del presente e del futuro, la presenza di un'Unione Europea forte e compatta propone squarci di luce e di speranza per tutti i popoli.

Questo bilancio, così oggettivamente positivo, oggi si scontra, nondimeno, con titubanze e timori. Dobbiamo porci il problema di come ravvivare la fede nell'idea europea, perché essa rimanga la nostra stella polare. Ogni tappa del nostro cammino ci propone nuovi quesiti, nuovi compiti da assolvere. Le prove superate dimostrano che l'impianto dell'ordinamento politico europeo è sano.

Il Trattato Costituzionale approvato dai governi - l'Italia, prima fra i sei Paesi fondatori, lo ha già ratificato, e ne sono orgoglioso - mira a migliorare le strutture di governo dell'Europa unita, a rafforzarne le istituzioni, a mantenere un giusto equilibrio tra di esse. Se rimangono imperfezioni e inadeguatezze, potranno essere corrette nel corso dell'entrata in funzione dei nuovi meccanismi e dei nuovi organi istituzionali.

Ma senza un'autentica volontà politica comune dei popoli europei, senza una comunione degli spiriti e della fiducia nell'Europa, nemmeno la Costituzione sarà garanzia della necessaria governabilità. Senza la piena consapevolezza di un destino comune, senza l'adesione a un forte e sempre rinnovato spirito comunitario, nessuna riforma istituzionale basterà a sostenere lo sviluppo dell'Unione.

Le nostre fatiche non sono finite. Ci attende ancora molto lavoro. Abbiamo ancora bisogno che ci accompagnino i grandi ideali che animarono i Padri fondatori. Senza di essi, invece di avanzare percorreremmo a ritroso il cammino unitario che abbiamo percorso. Sarebbe una beffa della storia.

Ci ritroveremmo, nonostante l'eliminazione delle frontiere e l'introduzione di strumenti unitari di governo, divisi ed impotenti. Ricadremmo nel mare di incertezze di una politica europea dominata dall'egoismo degli Stati nazionali e dalle incognite e precarietà delle alleanze fra Stati. Soltanto lo spirito comunitario ci garantisce contro queste incognite; contro l'inganno delle sirene del nazionalismo; contro le incognite di un mondo unito e diviso, ricco di conflittualità manifeste e latenti, minacciato nella sua stessa sopravvivenza dal diffondersi di armi di distruzione di massa. Soltanto uniti potremo essere autorevolmente presenti con proposte, iniziative, capacità realizzatrice sul palcoscenico del mondo.

Abbiamo proceduto, prima della riforma istituzionale, ad un vasto ampliamento dell'Unione: lo abbiamo fatto per adempiere ad un dovere storico verso popoli che vedevano nell'adesione all'Unione Europea la garanzia delle loro ritrovate libertà, della loro ritrovata indipendenza. Eravamo ben consapevoli della necessità che il rafforzamento delle istituzioni avesse luogo al più presto affinché un'Unione Europea composta da 25 Stati possa funzionare. Dare la precedenza all'allargamento fu una scelta coraggiosa e un atto di fiducia. Occorre ora che vi faccia seguito la convinta volontà di tutti gli Stati, nuovi e vecchi membri dell'Unione, di realizzare urgentemente la riforma istituzionale.

Non possiamo cullarci nel compiacimento dei successi finora conseguiti. Dobbiamo, insieme, approfondire ciò che non va nel nostro sistema, nel governare in comune. E provvedere. Ad esempio, dobbiamo domandarci perché da anni la crescita economica proceda lentamente, ben al di sotto del nostro potenziale.

Tre anni orsono, quando, in questa stessa sala, ebbi l'onore di pronunciare la laudatio per il conferimento del Premio Carlo Magno alla moneta unica, l'euro, lamentai i danni di non aver fatto seguire all'unificazione monetaria un incisivo coordinamento delle politiche economiche dei singoli Stati e l'introduzione, a tal fine, di nuove procedure operative. Da allora, non è stato compiuto alcun vero avanzamento in questa direzione.

All'adozione della moneta unica e alla creazione di una Banca Centrale Europea non sono seguite le decisioni istituzionali e regolamentari necessarie per consentire l'indispensabile dialettica costruttiva fra politica monetaria e politica di bilancio.

Non ci si può dunque rammaricare se gli effetti positivi dell'euro si sono manifestati solo parzialmente.

Gli Stati che partecipano all'euro, e che hanno creato la Banca Centrale Europea, che è una istituzione di stampo federale per la gestione della moneta comune, hanno il dovere di praticare, per essere coerenti con se stessi, una gestione dei loro bilanci nazionali, e una gestione del bilancio comunitario, strettamente coordinate. I risultati dell'inazione, in termini di crescita economica e di competitività, sono sotto gli occhi di tutti; ne soffre l'intera area dell'Unione Europea.

Vi sono altre, non meno vitali, iniziative che languono. Grandi investimenti infrastrutturali europei sono stati decisi da tempo. Esistono tutti gli strumenti per condurli a compimento. Occorre dare un decisivo impulso per la loro realizzazione, nell'ambito del bilancio europeo e dei bilanci nazionali.


Signor Presidente,

l'Europa ha bisogno di essere identificata come uno spazio di civiltà comune.

L'Europa ha bisogno di vivere con orgoglio diversità che sono parte di un condiviso retaggio, tessere di un solo grande mosaico di civiltà. La giusta difesa e la conservazione della nostra duplice identità, nazionale ed europea, comportano un rinnovato sforzo delle istituzioni, nazionali e comunitarie, operanti nel campo dell'istruzione e della cultura. Fatta l'Europa, dobbiamo impegnarci a fare gli Europei.

Quando, nella seconda metà del Secolo Decimonono, fatta l'Italia, ci impegnammo a fare gli Italiani, sapevamo che avremmo messo non a rischio, ma a frutto le tante identità municipali e regionali che confluivano nella più grande identità italiana. E così è stato.

Altrettanto deve accadere nell'impresa, ormai in corso da mezzo secolo, di dar piena attuazione all'unità europea. Nessun altro continente racchiude nel comune forziere della sua storia tanti tesori. Oggi più che mai, essi sono proprietà comune di tutti gli Europei, e meritano di essere salvaguardati e messi a frutto. Può farlo, in uno scenario mondiale tanto vasto quanto imprevedibile, soltanto una più forte e unita Patria europea.

La storia non si costruisce con le parole. Occorrono i fatti. I nostri giovani contribuiscono, con il loro generoso entusiasmo, a dar vita a un nuovo concetto d'Europa. Ma ci pongono anche molte domande, sollevano dubbi. E' nostro dovere ascoltare la loro voce, dare valide risposte ai loro interrogativi.

Dobbiamo rassicurarli sulla capacità e volontà di evitare la dissoluzione dell'identità dell'Europa in una visione puramente mercantile, povera di contenuti storici, culturali, politici. Dobbiamo renderli consapevoli dell'opera compiuta dai padri, per lasciarsi alle spalle i controlli e le barriere che, fino a pochi anni orsono, soffocavano l'Europa. A voi giovani mi rivolgo con speranza e fiducia. Leggete, meditate la storia degli ultimi due secoli della vita dei popoli europei.

Troverete che solo quando la passione civile ha risvegliato nei cittadini quei sentimenti che sono alla base della coscienza dei popoli europei - libertà, eguaglianza, fratellanza - l'Europa ha avanzato.

Sono ancora ben presenti in noi anziani le tragedie a cui ci hanno condotto i nazionalismi esasperati, le follie etniche, le dittature, due orrende guerre. Non possiamo non ammirare la lungimiranza profetica di coloro che ebbero la forza creativa di disegnare e intraprendere il cammino della pace, della concordia fra i popoli europei. A loro dovete se siete nati e vivete in una Europa di pace: se potete muovervi senza impedimenti da un Paese all'altro; se potete vivere, studiare, lavorare, progettare il futuro insieme con i vostri coetanei delle altre Nazioni europee, anziché trovarvi in trincee contrapposte per uccidervi.

Per questo mi rivolgo a voi. Solo con il vostro entusiasmo, con il vostro animo libero e generoso, potete dare nuovo slancio alla realizzazione piena di questa Unione Europea, che non è una costruzione artificiosa, ma una realtà istituzionale fondata sulla unitarietà della civiltà europea. Se sentirete questo, se ci sosterrete nel far progredire il disegno dei Padri fondatori, salverete il vostro futuro e quello dei vostri figli.


Signor Presidente,

questo è, nel mio animo, il messaggio che il Premio Carlo Magno, sin dalla sua istituzione, lancia a tutte le Nazioni che si sono volute associare al grande progetto dell'unificazione. A questa missione continuerò a dedicarmi fino alla fine del mio mandato come Presidente della Repubblica Italiana, confortato dalla forza dei sentimenti europeisti del mio popolo. Ad essa mi dedicherò sempre, anche dopo, come cittadino italiano e cittadino europeo, con un impegno che trae nuovo vigore dal grande onore che oggi mi viene conferito; per il quale, come per le parole che Ella, Signor Presidente, ha pronunciato, voglio ancora con tutto il cuore ringraziarvi.