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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

29-10-2003
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla seduta straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura



INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA SEDUTA STRAORDINARIA DEL
CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

Roma - Palazzo dei Marescialli, 29 ottobre 2003

 

Signor Vice Presidente,
Signori Consiglieri,

sono lieto che sia con noi il Ministro della Giustizia, al quale rivolgo il mio saluto; mi fa piacere di ritrovarmi ancora una volta con voi nell'Aula dedicata a Vittorio Bachelet.

Desidero innanzitutto esprimere il mio più vivo compiacimento per la decisione del Consiglio di affrontare il tema, a me come sapete particolarmente caro, della formazione e dell'aggiornamento professionale dei magistrati; soprattutto con riferimento alla nuova dimensione europea del diritto, che impone al magistrato l'ampliamento della sua cultura.

Come ho avuto modo di dirvi in altre occasioni, sono fermamente convinto che il tema dello "spazio comune europeo" della giustizia costituisce un obiettivo di vitale importanza in questo particolare momento storico.

Sin dal mio primo intervento dinanzi al Consiglio Superiore, all'indomani della elezione a Presidente della Repubblica, il 26 maggio 1999, ho segnalato come una delle priorità della Legislatura europea, che scadrà a giugno del prossimo anno, sia costituita dalla "realizzazione dello spazio europeo di libertà, sicurezza e cooperazione giudiziaria".

Nella Relazione al Parlamento presentata nella precedente consiliatura, il Consiglio Superiore sottolineò l'importanza del nuovo sistema delle fonti normative, ridisegnato dal principio di primazia del diritto comunitario. Affermò in particolare una finalità che condivisi nel discorso tenuto in occasione della presentazione della Relazione anzidetta: la realizzazione di una più forte cooperazione giudiziaria in campo civile e penale tra i Paesi membri dell'Unione Europea.

Nel progetto di Costituzione per l'Europa ora all'esame della Conferenza Intergovernativa, la cooperazione giudiziaria diventa una attribuzione propria dell'Unione europea e delle sue istituzioni.

L'obiettivo è quello di realizzare uno spazio giudiziario comune tramite lo strumento di leggi-quadro e di leggi europee, finalizzato a ravvicinare le legislazioni degli Stati membri, a favorire il reciproco riconoscimento delle rispettive decisioni giudiziarie e a promuovere l'attuazione di forme sempre più incisive di cooperazione.

La cooperazione giudiziaria, a sua volta, postula il riconoscimento reciproco delle sentenze e degli altri provvedimenti giudiziari e il conseguente "ravvicinamento" delle normative nazionali: in proposito, meritano apprezzamento le iniziative fin qui adottate in materia di potestà dei genitori, di mutuo riconoscimento ed esecuzione delle decisioni giudiziarie nel delicato settore del diritto di famiglia, specie con riferimento al diffuso fenomeno della sottrazione dei minori.

Nell'ottica del necessario "ravvicinamento" delle legislazioni nazionali, appare particolarmente importante il campo del diritto processuale civile, specie in materia di notifica transnazionale degli atti giudiziari e stragiudiziali e in materia di assunzione di mezzi di prova.

Le controversie di natura civilistica possono trovare un importante contributo per la loro sollecita definizione nella creazione di meccanismi alternativi di risoluzione, comuni a tutti gli Stati.

Nel settore penale l'esigenza della cooperazione è essenziale per combattere i fenomeni della criminalità organizzata; tema sul quale qualche giorno fa il Consiglio ha adottato all'unanimità una sua risoluzione.

In questo campo la cooperazione deve partire dalla previsione di norme sostanziali e processuali che garantiscano un livello minimo di uniformità tra le discipline degli Stati membri.

Penso alla definizione dei reati, oltre che ad un'opera sempre più incisiva degli organi di coordinamento tra le autorità nazionali responsabili dell'azione penale. Tra di essi va certamente collocato Eurojust, punto di partenza per l'istituzione della Procura europea.

Seguo con attenzione il dibattito sull'attuazione della Decisione quadro riguardante il mandato di arresto europeo, che deve naturalmente essere in armonia con i diritti della persona garantiti dalla nostra Costituzione.

La consapevolezza dell'avanzamento nel contesto europeo impone un salto di qualità nell'attività di formazione e aggiornamento dei magistrati. Per essere incisiva, la cooperazione giudiziaria deve riuscire a diffondere tra i magistrati europei una comune cultura della giurisdizione.

In tale direzione, anche in collegamento con analoghe istituzioni di altri Paesi, si è mosso il Consiglio Superiore in occasione della predisposizione dei programmi di formazione per l'anno 2004.

Nello stesso senso già opera l'iniziativa che ha portato alla creazione della rete europea di formazione giudiziaria, frutto dell'impegno cooperativo delle istituzioni responsabili per la formazione nei diversi paesi dell'Unione.

Stretto è il nesso tra la formazione dei magistrati e il principio costituzionale dell'autonomia e dell'indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri.

L'attuazione di questo principio, fondamentale in uno Stato democratico, richiede che la formazione - lungi dal proporsi come suggerimento di indirizzi ed orientamenti circa l'interpretazione delle leggi - si prefigga lo scopo di agevolare e sostenere la maturazione e l'aggiornamento del magistrato. L'acquisizione di una professionalità piena, attraverso l'intreccio di esperienza operativa e di formazione, è condizione perché il magistrato possa poi utilizzare in via autonoma gli strumenti interpretativi e assumere piena responsabilità delle decisioni a lui affidate.

L'aggiornamento e la formazione sono, altresì, fondamentali per la soluzione di un altro preoccupante problema, quello della durata ragionevole dei processi: infatti, la capacità di intervento e di risposta alla richiesta di giustizia in modo adeguato e in tempi ragionevoli dipende anche dalla preparazione teorica e pratica del magistrato, il quale deve conoscere e applicare quelle cosiddette "prassi virtuose" che facilitano e velocizzano i tempi del processo.

La formazione dei magistrati ha come indispensabili obiettivi quello di diffondere la conoscenza degli ordinamenti nazionali, del diritto comunitario e del diritto internazionale; di confrontare le soluzioni giurisprudenziali offerte nei diversi Paesi ai problemi comuni; di favorire la diffusione di prassi omogenee.

Per quanto riguarda il nostro Paese, la realizzazione di queste finalità passa anche per una adeguata riflessione sulle modifiche che vanno apportate al nostro ordinamento per adeguarne la effettività e la efficienza.

Si tratta di obiettivi che vanno perseguiti senza rinunciare a istituti propri della nostra tradizione culturale, ma avendo presente quanto sia indispensabile fornire al cittadino, anche al cittadino europeo, la certezza di sentirsi garantito nel rispetto dei suoi diritti e di poter contare sulla effettività della legge nel caso che lo riguarda.

Infatti, è proprio sulle singole esperienze vissute che il cittadino forma la sua immagine della giustizia. Una immagine non nitida erode la fiducia dei cittadini. Per questo dobbiamo assicurare al nostro Paese un sistema giudiziario indipendente, imparziale, sollecito.

Il magistrato deve essere guardato con rispetto, ma, nello stesso tempo, deve essere sentito vicino, in sintonia con la coscienza civile.

E' accaduto di frequente in questi ultimi tempi che il panorama complessivo sia stato complicato da preoccupanti tensioni. Le tensioni non si addicono ai temi della giustizia, che devono poter essere affrontati secondo quel metodo del dialogo costruttivo che da sempre sostengo e al quale in più di una occasione questo Consiglio ha voluto dare attuazione con importanti documenti approvati all'unanimità.

In questo spirito si deve operare. La stabilità delle istituzioni si fonda sul rispetto pieno e reciproco delle funzioni. Proprio in questo momento in cui il Paese più avverte la rilevanza del problema giustizia, occorre che tutti - operatori e mondo politico - non travalichino i confini istituzionali e le funzioni di ciascuno. In tanto un sistema può operare armonicamente nei pesi e contrappesi, in quanto i diversi e separati poteri, rigorosi nel difendere il campo proprio, siano altrettanto rispettosi del campo altrui.

Le questioni vanno affrontate e risolte all'interno dei percorsi dialettici che sono la fisiologia di ogni democrazia: nel rispetto reciproco, senza mai lasciarsi andare a toni che delegittimino o compromettano l'equilibrio istituzionale.

Guardo perciò con soddisfazione e fiducia a quella ripresa del dialogo tra forze politiche e magistratura, che fa ritenere possibile l'auspicato superamento delle contrapposizioni esistenti sulla riforma dell'ordinamento giudiziario.

Per quanto sta a me, voglio ribadire ancora una volta che sarò sempre garante come Capo dello Stato, prima ancora che come Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, dell'autonomia e dell'indipendenza dell'Ordine giudiziario da ogni altro potere, nonché della dignità dei singoli magistrati e delle loro funzioni. Ma, mi piace ripeterlo anche qui: sono convinto, per esperienza vissuta, che l'autonomia di una Istituzione si pratica, non soltanto si predica. E il magistrato non solo deve essere autonomo e indipendente, ma deve anche apparire tale, con il suo comportamento, in ogni situazione, anche al di fuori dell'esercizio delle sue funzioni.

Le funzioni affidate ai magistrati sono fondamentali per la realizzazione dello Stato di diritto; costituiscono un servizio primario che lo Stato è tenuto a rendere ai suoi cittadini. I magistrati sono chiamati a "dire il diritto", ad applicare e interpretare le leggi, calandone il contenuto, generale e astratto, in fatti e situazioni concrete.

I fatti vanno valutati con la dovuta fedeltà al testo della norma, ma in un'ottica complessiva che la riconduca alla logica del sistema, la armonizzi con altre norme e con altri principi: primi tra tutti, quelli sanciti dalla Costituzione.

L'indipendenza dei giudici nella interpretazione e nella applicazione della legge è dunque intangibile. La consapevolezza del ruolo professionale e istituzionale e il rispetto delle attese dei cittadini debbono però spingere il giudice ad assicurare stabilità e, come talora si dice, "prevedibilità" delle decisioni, dando conseguente valore ai precedenti.

Si devono evitare la mutevolezza e la contraddittorietà delle interpretazioni date alla stessa norma. A questo fine è rilevante il ruolo istituzionale della Corte di Cassazione.

Il richiamo al ruolo della Corte di Cassazione consente di ritornare sul tema della efficienza del nostro sistema giudiziario. Nella sua ultima Relazione inaugurale, il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione ha ricordato come sia difficile assicurare giustizia in tempi ragionevoli con gli attuali modelli normativi. Nei fatti la formula costituzionale della ragionevole durata del processo è ancora lontana dal trovare piena attuazione.

Nel campo della giustizia civile occorre agire sui tempi del processo, e puntare sulle misure cosiddette di deflazione; ad esempio semplificando le comunicazioni, anche con l'utilizzo degli strumenti informatici; prevedendo sentenze con motivazione immediata; stabilendo procedimenti di conciliazione stragiudiziale. A questo proposito, do atto al Ministro di aver sottoposto al Consiglio dei Ministri del 24 ottobre scorso, che lo ha approvato, il disegno di legge recante delega al Governo per la riforma del codice di procedura civile.

Quanto al processo penale, il nostro modello ha mutuato da altri modelli il massimo delle garanzie. Inevitabilmente ne hanno risentito i tempi.

Questa non è certo competenza diretta del Consiglio Superiore della Magistratura. Spetta, infatti, al Parlamento e al Governo individuare le soluzioni praticabili. Mi pare però che sia giunto il momento per ripensare organicamente e non settorialmente alcuni istituti processuali, alla luce delle esperienze e nel contesto "europeo" del ravvicinamento normativo.

Dal modello del procedimento davanti al giudice di pace potrebbero essere acquisiti, ad esempio, spunti per delineare in modo nuovo, ma attento alle previsioni costituzionali, compiti e attività del pubblico ministero e della polizia giudiziaria, sottolineando il ruolo investigativo di quest'ultima e il ruolo processuale del primo.

A proposito del ruolo del pubblico ministero, non posso che apprezzare la sensibilità dimostrata dal Consiglio Superiore che, con decisione unanime, si è dato direttive intese a evitare il passaggio dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice nella stessa sede o in sedi vicine. Tutto ciò a salvaguardia dell'immagine di imparzialità dell'attività giudiziaria.

Lungo questa linea - quella della distinzione delle funzioni - occorre muoversi per tenere conto della sensibilità del Paese e, nello stesso tempo, della necessità di garantire la comune cultura della giurisdizione.

Analogo apprezzamento meritano anche quelle risoluzioni consiliari che impongono rigore sistematico alle valutazioni sulla professionalità e quelle che disciplinano le ipotesi di incompatibilità.

In altre occasioni ho ricordato la necessità, per il Consiglio, di creare nel campo dell'organizzazione un consistente spazio all'iniziativa dei dirigenti degli uffici, da esercitare con attenzione alla realtà territoriale e in modo scevro di formalismi. I capi degli uffici, consapevoli del compito loro affidato, debbono riappropriarsi delle funzioni di coordinamento di loro competenza.

L'equilibrio tra garanzie del processo e durata del processo passa anche per l'efficiente organizzazione degli uffici e per l'adeguata formazione dei dirigenti. Valide esperienze innovative sono state attuate in alcuni importanti uffici giudiziari. Sono certo che il Consiglio Superiore non mancherà di utilizzarle come base per protocolli organizzativi a valenza generale.

In materia di informatizzazione, le procedure "pilota" attivate dal Consiglio, d'intesa con il Ministero della Giustizia, mi auguro possano assicurare quel salto di qualità che già in occasione dell'insediamento di questo Consiglio ho fortemente auspicato.

La collaborazione con il Ministero è particolarmente proficua ed è comune auspicio che i progressi realizzati in tutti i settori dell'organizzazione non siano ritardati, vanificati dal limite della disponibilità delle risorse finanziarie.

Il comune impegno organizzativo di cui ho appena detto e la doverosa riservatezza nell'esercizio delle funzioni rafforzano la coesione nell'ufficio tra i singoli magistrati ed evitano incomprensioni che possono determinare inquietudine e sconcerto: sensazioni tanto più preoccupate e preoccupanti, quanto più l'attività giudiziaria svolta ha per oggetto il contrasto della criminalità organizzata.

Nell'attività che lo attende, il Consiglio può contare sulla fiducia dei cittadini nella Magistratura, così come deve poter contare sull'apporto di tutti coloro che, assieme ai magistrati, operano per il servizio giustizia: a cominciare dall'Avvocatura, i cui contributi sono determinanti per l'impostazione e la soluzione dei problemi ai quali ho fatto cenno.

Un sistema di responsabilità condivise è condizione per l'effettività dei diritti fondamentali della persona garantiti dalla Costituzione.