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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

19-09-2003
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a San Dalmazzo in occasione della commemorazione del 60° anniversario della deportazione ad Auschwitz degli ebrei di St. Martin Vesubie.

INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
A SAN DALMAZZO IN OCCASIONE DEL
60° ANNIVERSARIO DELLA DEPORTAZIONE
AD AUSCHWITZ DEGLI EBREI DI ST. MARTIN VESUBIE

San Dalmazzo, 19 settembre 2003

Caro Sindaco Varrone,
Caro Presidente Cavaglion,
Cari cittadini di San Dalmazzo,
vi ringrazio per le parole con cui mi avete accolto, e per la passione civile e la tensione morale con cui avete ricordato un evento tra i più tragici di un'epoca segnata da tante violenze in Italia e in Europa.
Dopo la visita a Boves, questa a Borgo San Dalmazzo lascerà una traccia perenne nella mia coscienza. Insieme, le considero tappe importanti in quel cammino della memoria che ritengo mio dovere percorrere, quale Presidente della Repubblica Italiana.
Nei momenti più difficili si tempra l'identità di una Nazione. Nel ricordo di quei momenti si forgia la volontà di riscatto.
In quei momenti essi ha origine l'impegno per costruire una società di uomini liberi, votati alla costruzione di un mondo di fratellanza tra i popoli. Noi non dimenticheremo mai coloro che furono vittime innocenti di atti di barbarie che non hanno l'eguale. Non dimenticheremo quei crimini. Non dimenticare è per noi un comandamento.
Da quelle tragedie abbiamo tratto ammaestramento. Quando, insieme con il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Rau, ci recammo a Marzabotto, fu nostra comune volontà dare testimonianza di come dal ricordo e dal rifiuto di quegli orrori avesse avuto origine la determinazione di tutti i popoli europei di costruire insieme una comunità di nazioni unite da ideali democratici, legate da istituzioni che rendessero per sempre impossibili e impensabili nuove guerre civili europee, nuovi massacri di innocenti.
Non meno importante per tutti noi è ricordare coloro che, nel momento della prova, riaffermarono col loro coraggioso comportamento, consapevoli di rischiare la loro stessa vita, quei valori di civiltà e di umanità che sono propri del nostro patrimonio storico, e che sono all'origine della nostra rinascita. Giustamente è stato qui affermato che l'evento che oggi ricordiamo "documenta l'inizio della ricostruzione dell'identità italiana dopo la catastrofe della dittatura".
Qui, in quello che fu uno dei campi di concentramento sparsi in tutt'Europa, ricordiamo reverenti i morti, vittime della Shoah.
Ma oggi ricordiamo anche quelle centinaia di Ebrei di diverse nazionalità che, dopo essere stati protetti e salvati dall'esercito italiano nella Francia occupata, dopo avere valicato le Alpi al seguito e sotto la protezione delle nostre unità in ritirata - pagina davvero "tra le più alte nella storia del nostro esercito" - trovarono nei casolari sparsi delle vostre valli la salvezza, in un'Italia, in un'Europa che assisteva impotente allo sterminio di milioni di loro correligionari.
I nomi di coloro che li salvarono, sono, in gran parte, ignoti o dimenticati. Ma essi non cercavano la gloria; davano soltanto prova del loro spirito di carità: uomini e donne che divisero con sconosciuti, la cui vita era in pericolo, quel poco che avevano per vivere: quel "pane che non c'era".
Da un capo all'altro d'Italia, dalle montagne del cuneese alle montagne d'Abruzzo, nelle campagne e nelle città, una catena di gesti di spontanea solidarietà umana diede prova, diede testimonianza della civiltà innata della nostra gente. Anche questa fu Resistenza. Di questo sono stato testimone personale dopo l'8 settembre mi trovai fuggiasco nelle montagne abruzzesi, giunto nel paese di Scanno mi trovai per caso un compagno un ebreo. Abbiamo passato insieme un drammatico autunno, un inverno nel '43/'44. Dividemmo il giaciglio nelle montagne e poi, nel pieno dell'inverno, quando fu impossibile stare nelle montagne, in una soffitta di una casa di Scanno. Quelli che ci ospitarono sapevano che io ero un militare renitente alle chiamate alle armi da parte dei nazifascisti, sapevano che lui era ebreo: mai abbiamo avuto il dubbio che ci avrebbero denunciato.
Questa è l'anima del popolo italiano. Per questo, con tutti voi, li ringrazio. Ringrazio coloro che mantennero questa memoria, ringrazio tutti gli italiani e - ripeto quello che ho detto chiudendo a Boves - viva l'Italia libera e unita.