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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

05-03-2003
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in visita ufficiale nel Regno dei Paesi Bassi, all'Università di Leiden sul tema "Identità ed unità dell'Europa"



VISITA UFFICIALE DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
NEL REGNO DEI PAESI BASSI

INTERVENTO ALL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI
SUL TEMA
"IDENTITA' ED UNITA' DELL'EUROPA"

Leiden, 5 marzo 2003

 

Altezza Reale,
Signor Ministro,
Signor Presidente dell'Università,
Signor Rettore,
Cari Studenti,
Signore e Signori,

desidero rendere innanzitutto omaggio all'ideale di libertà civile e religiosa di cui l'Università di Leiden è un simbolo: costituisce una gloria per i Paesi Bassi e per l'Europa.

In questa Università sono state gettate le basi della dottrina che ha posto i diritti umani al centro della storia e che ci ha maturato nella convinzione che le istituzioni, le leggi aiutano gli uomini a costruire con serenità il futuro.
Ancorata per cultura e per fiorire dei commerci agli altri grandi centri d'impulso economico ed intellettuale dell'Europa, affratellata all'esperienza dei Comuni e delle Repubbliche Marinare italiane, l'Olanda si è spinta negli angoli più remoti del mondo.
Questa vocazione si rinnova oggi nella partecipazione attiva al mantenimento ed al successo dei tre capisaldi dell'ordine internazionale: l'Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite. Essi non avrebbero mai visto la luce senza l'apporto decisivo delle nazioni dov'è fiorita la democrazia.

Le diversità emerse in Europa in queste ultime settimane, non inducano a conclusioni affrettate. Ma occorre riflettere seriamente su ciò che è accaduto.
Nonostante il consenso unanime su documenti importanti, quale la conclusione del Consiglio Europeo del 17 febbraio, sono emerse diversità che hanno indebolito l'influenza dell'Europa.
Occorrerà un forte impegno per evitare che situazioni simili si ripetano in avvenire.

L'Unione Europea ha sempre saputo ricomporre crepe e fratture. Lo sprone a farlo è la consapevolezza sia della validità del percorso intrapreso dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia della necessità di continuare ad avanzare lungo di esso.
Se ci fermassimo, rischieremmo di tornare indietro.

L'Unione Europea è un esperienza senza precedenti nella storia del continente e della comunità internazionale. E' la scelta di popoli liberi che si riconoscono in finalità e valori comuni e si organizzano per realizzarli.
Ci ha arriso il successo ogni qualvolta l'integrazione europea è avanzata. Abbiamo pagato un prezzo ogni qualvolta abbiamo esitato.
L'aspettativa dei cittadini europei di acquisire un'identità compiuta, di far sentire più forte la propria voce nel mondo, si fa sempre più intensa e profonda.

Mi rivolgo soprattutto ai giovani: la loro spinta ideale costituisce la migliore garanzia per il futuro dell'Europa. Ricordo, ai giovani di Leiden ed ai loro coetanei - olandesi ed italiani - che mezzo secolo fa i sei Paesi fondatori della Comunità europea, imboccarono consapevolmente una strada innovativa. Si legarono in una esperienza unica: ne hanno sempre conservato e condiviso lo spirito originario.

Le aspettative di allora sono state soddisfatte:
- la pace, il benessere, la solidarietà, sono un dato permanente della nostra vita;
- l'abolizione delle frontiere, il mercato unico, l'euro hanno consolidato un grande spazio comune, materiale e spirituale;
- progressi sono in corso per rendere più penetranti ed estese la trasparenza, la legittimità democratica, l'efficienza delle istituzioni;
- altri avanzamenti sono alle porte per meglio garantire la sicurezza interna e per rafforzare il coordinamento dell'economia, per completare il mercato unico, per sviluppare un'autentica politica estera basata sull'identificazione ed il perseguimento di interessi comuni.

Abbiamo avuto successo perché scegliemmo, subito e con coraggio, la strada giusta. Non ci lasciammo intimidire né dai fantasmi del passato né dall'audacia delle innovazioni.
Con la fondazione della CECA nel 1950, mettemmo al centro del nostro operato il superamento del meccanismo delle alleanze tradizionali, il principio della messa in comune della sovranità, l'ispirazione federalista.

I cittadini europei capirono che era ora d'innovare, una volta per tutte, su relazioni fra Stati diventate nell'ultimo secolo distruttive e che stavano marginalizzando l'Europa nel mondo.
La consapevolezza che l'Unione Europea costituisce un modello ben più avanzato rispetto ad un'alleanza tradizionale di diritto internazionale identifica l'Europa.

Questo modello ha creato fra gli Stati europei un'interdipendenza che non ha precedenti: ha segnato il passaggio dal diritto internazionale al diritto costituzionale europeo. Da questo profondo mutamento, la Convenzione sull'avvenire dell'Europa non può non prendere le mosse.
Abbiamo sempre respinto la contrapposizione fra Bundestaat e Staatenbund e operato attraverso la sapiente combinazione fra cooperazione intergovernativa e sovranazionalità.

La Convenzione europea ha il compito di far avanzare l'unità e l'identità europea: dobbiamo seguirne e sostenerne i lavori con fiducia.
I cittadini europei capiscono, nella loro maturità di giudizio, che è indilazionabile per un'Europa a 25 membri darsi un nuovo e duraturo assetto; l'opinione pubblica europea sente che questo lavoro creativo dev'essere protetto, nell'interesse di tutti, dagli sconvolgimenti esterni per gravi che siano.
Solo una Costituzione europea od un Trattato costituzionale, capace di creare armonia e funzionalità fra le istituzioni, può rendere le istituzioni stesse credibili ed efficienti. Può dare all'Europa dignità e ruolo di soggetto protagonista sulla scena internazionale.

Certo, nel sentimento di fiducia e di speranza che ci sostiene, non dobbiamo mai sottovalutare le difficoltà e gli imprevisti del percorso. Occorre prevenire.

Se il metodo comunitario, basato sulla maturazione dei problemi alla luce dell'interesse comune europeo ma anche sulla tempestività delle decisioni, dovesse incepparsi o se le indicazioni delle finalità perseguite dovessero trasformarsi in un riferimento rituale, allora noi stessi, che ci sentiamo cittadini europei, daremmo un contributo negativo al consolidamento dell'ordine internazionale.


Signor Rettore,
sin dai tempi di Erodoto, non è stato possibile determinare i confini dell'Europa in senso geografico perché l'Europa è priva di confini naturali.
Eppure, il concetto stesso d'Europa si è andato affermando nei secoli: ha preso forza; ha sopravvissuto alle più aspre vicissitudini.
Il nucleo dell'unità europea deriva da un comune modo di sentire, di pensare e di volere, sviluppatosi nel corso della storia del nostro continente; è radicato nella comune eredità classica e cristiana, che ha plasmato il volto delle nostre città e delle nostre campagne, intrecciandole in secolari complementarità economiche e culturali; è rimasto integro anche quando gli europei hanno ceduto alle suggestioni delle sterili, distruttive contrapposizioni.
Anzi, le drammatiche guerre del XX secolo hanno generato nei popoli europei la volontà di organizzarsi per vivere insieme, per condividere un destino.

In passato, le nostre affinità trassero alimento e furono rese visibili dalle grandi correnti degli umanisti che vivevano l'Europa come un unico spazio di scambio, attingendo alla ricchezza del comune patrimonio culturale. Oggi traggono slancio dalla naturalezza con cui la nostra gioventù si muove per tutto il territorio dell'Unione, abbattendo o superando - con disinvolta, disinteressata, scanzonata amicizia - barriere psicologiche apparentemente insormontabili.

Le frontiere ideali dell'Europa hanno preso forma; sono definite dalla condivisa appartenenza ad una comunità di nazioni, ricche di individualità, di tradizioni, di memorie, partecipi di un patrimonio culturale, le cui singole componenti si sentono pienamente tutelate solo in un contesto unitario, solidali nella fiducia nella democrazia, nel rispetto della dignità della persona umana.

La nostra non è la prima generazione che parla d'unità politica dell'Europa e quindi dell'identità che ne costituisce la premessa storica e culturale.
Attenuatasi la spinta unificatrice della romanità e della latinità, essa fu tentata più volte nel corso dei successivi secoli: dal genio politico di singoli, da imposizioni brutali.

Non divennero mai costruzioni compiute. Le tragedie del XX secolo, la visione dell'abisso delle guerre fratricide e del totalitarismo hanno infine sbloccato la coscienza degli europei, l'hanno maturata. Hanno consolidato l'appartenenza ad uno spazio condiviso di comuni diritti e doveri, hanno ricacciato nell'ombra i fantasmi del nazionalismo, del razzismo, della xenofobia, dell'antisemitismo.

La comune eredità storica, la coscienza di una identità europea, l'appartenenza ad un unico sistema di valori, il principio della sovranità condivisa, contrassegnano la cittadinanza europea, identificano l'Unione Europea; ne sorreggono l'impalcatura istituzionale, politica ed economica.

Ma proprio questa è la sfida che abbiamo di fronte.
Ai principi ai quali intendiamo ispirare la nostra vita in comune dobbiamo saper accompagnare forma e norme di governo appropriate.
Mi viene naturale ricordare l'esortazione, a me cara, che chiude il libro di un patriota italiano, Vincenzo Cuoco, sulla rivoluzione napoletana del 1799 alla quale egli stesso aveva partecipato: alla felicità dei popoli sono più necessari gli ordini che gli uomini. E gli ordini sono le istituzioni.

I cittadini chiamati ad eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo nella primavera del 2004 hanno il diritto di essere posti di fronte ad una scelta definita, a un progetto politico chiaro: altrimenti la stessa autorevolezza del Parlamento Europeo ne risulterà compromessa.
Se l'obiettivo di una felice e rapida conclusione della Convenzione e della Conferenza intergovernativa non verrà raggiunto, rischiano di prendere il sopravvento negoziati interminabili, interessi settoriali, spinte centrifughe.

Il processo avviato per definire, a un tempo, le nuove istituzioni e completare l'allargamento è complesso.
I tempi sono limitati dalle decisioni che noi stessi abbiamo già preso.
Quando abbiamo avviato l'allargamento avevamo piena consapevolezza di dover porre subito mano alla modifica delle istituzioni; è impensabile dilazionare oltre quello che avremmo dovuto fare, già al momento degli allargamenti degli anni ottanta e novanta.

L'Unione Europea non può fermarsi.
E' sempre più evidente che il presente assetto istituzionale non consente di trainare il convoglio europeo con la necessaria velocità e sicurezza di percorso: ne siamo danneggiati tutti.


Signor Rettore,
Autorità,
sono trascorsi quasi cinque secoli da quando il genio e la lungimiranza di Grozio (Hugo de Groot) hanno innovato, in modo indelebile, la concezione del mondo e delle relazioni fra gli Stati.
La visione di una comunità internazionale retta da regole comuni, dal diritto, non dalla forza arbitraria, inizia a Leiden e approda nel 1945 a San Francisco, dopo aver raccolto i contributi illuminati di generazioni di pensatori, filosofi, uomini di governo, in Europa e nella comunità di valori e di idee che si è andata formando attraverso l'Atlantico.

I popoli europei hanno acquisito una vera coscienza storica quando hanno respinto lo sterile scontro degli interessi nazionali per costruire insieme il progetto di stabilità, di democrazia e di prosperità che è l'Unione Europea.

Ma non hanno certo rifiutato l'anarchia nei rapporti fra di loro per ritrovarla nelle relazioni internazionali: questa è la ragione per cui l'Europa crede negli organismi multilaterali come strumento della volontà di tutti noi, e ne sostiene gli sforzi.

L'integrazione europea origina dalle stesse convinzioni che hanno ispirato e sorretto le grandi istituzioni multilaterali: nasce sulla scia delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods. Nasce dalla fiducia in una comunità internazionale retta da principi, da responsabilità accettate da tutti, da regole.

Il sistema multilaterale è una conquista recente dell'umanità, un'opera ancora in corso di costruzione e di faticoso perfezionamento. Nel mondo delle interdipendenze economiche e finanziarie, delle comunicazioni istantanee, del dialogo continuo fra culture e nazioni, il sistema multilaterale è una necessità.
Il XXI secolo non ne può fare a meno.
La costruzione multilaterale ha superato le divisioni della "guerra fredda"; si è irrobustita, ha aggiunto nuove responsabilità che deve assolvere nella lotta contro la povertà, nella tutela dei diritti umani, nell'eliminazione delle minacce planetarie.
Non può subire battute d'arresto. La salvaguardia della pace è suo preminente obiettivo.
Rinunciandovi, la comunità internazionale scivolerebbe nel caos.

Di fronte alle sfide di enorme complessità che si pongono, è essenziale ricordare che la stretta collaborazione fra le due sponde dell'Atlantico non è frutto solo di interessi momentanei o di alleanze tattiche. E' la conseguenza di una comunità di idee e di civiltà, costruita nei secoli dell'era moderna. Una comunità di cui le culture e i popoli dell'Italia e dei Paesi Bassi sono non piccola parte.
Nel rapporto transatlantico, esistono differenze, possono sorgere difficoltà e incomprensioni, talvolta significative ma sempre contingenti. Dominano i valori essenziali sui quali esso si fonda - la democrazia, la libertà, il rispetto della persona umana, lo Stato di diritto, l'economia di mercato - perché basi irrinunciabili sia per l'Europa sia per l'America.

Non vi può essere contraddizione tra queste due realtà basate sugli stessi principi e che mirano alle stesse finalità.
L'Europa vuole agire con determinazione contro il terrorismo e contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ne è la prova, da ultimo, la partecipazione dei nostri due paesi, insieme a molti partners e alleati, alla liberazione e al ristabilimento della sicurezza in Afghanistan.
Ma l'Europa sa anche che è il momento, più che mai, di rinnovare la fiducia nel sistema delle Nazioni Unite e nelle istituzioni multilaterali, e di cercare nel suo interno e nelle sue regole la risposta alle sfide e ai rischi che ci circondano, ricorrendo, quando non rimangano alternative ad una fondata speranza, anche all'uso della forza e comunque sempre in conformità con la Carta delle Nazioni Unite.

L'obiettivo di preservare l'unità e la coesione della comunità internazionale in cui l'Europa costituisce un essenziale modello ed elemento di stabilità, non dev'essere mai perso di vista.
L'integrazione europea non è importante solo per il continente. E' una componente vitale, un pilastro dell'ordine internazionale.
Con l'Europa unita il mondo è più sicuro, più prospero, più libero, più stabile.

L'Unione Europea, una volta dotata di una propria personalità giuridica, di un sistema istituzionale compiuto, potrà svolgere nel mondo una parte ben più rilevante.
Unita, non divisa; capace di presentarsi alla comunità internazionale portatrice di un interesse europeo autentico e non animata solo dall'ossigeno che, di volta in volta, le lasceranno i governi.

E' giunto il momento, cari amici olandesi, di mettere in campo tutte le capacità dell'Unione Europea e di far fronte alle nostre responsabilità.
So di condividere con voi la certezza che abbiamo sempre creduto negli stessi obiettivi, valori, convinzioni.
I nostri animi non sono cambiati rispetto a quando compimmo insieme i primi passi verso l'integrazione europea, negli anni contrassegnati dalle spaventose lacerazioni del secondo conflitto mondiale, illuminati da un'intuizione che vogliamo trasformata compiutamente in una realtà duratura del XXI secolo.