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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

29-11-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell'Ordine "Al Merito del Lavoro" ai Cavalieri del Lavoro nominati il 2 giugno 2002




INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA CERIMONIA DI CONSEGNA DELLE
INSEGNE DI CAVALIERE DELL'ORDINE "AL MERITO DEL LAVORO"
AI CAVALIERI DEL LAVORO NOMINATI IL 2 GIUGNO 2002

Palazzo del Quirinale, 29 novembre 2002

 


Signor Presidente della Camera,
Signor Presidente del Consiglio,
Signor Vice Presidente del Senato,
Signora Giudice della Corte Costituzionale,
Signori Ministri,
Autorità civili e militari,
Cari Cavalieri del Lavoro,
Signore e Signori,

innanzitutto desidero rinnovare le mie congratulazioni ai nuovi Cavalieri del Lavoro. Come nelle precedenti due edizioni provo sempre grande e rinnovata commozione nel consegnare questi riconoscimenti a coloro che 25 anni fa ebbero la distinzione di essere nominati "Cavalieri del Lavoro" e che continuano con la loro opera a rendere servigio al nostro Paese. Provo un particolare entusiasmo nell'insignire le medaglie ai Giovani Alfieri che rappresentano il nostro futuro. Ad essi vanno tutti i nostri auguri più affettuosi, più pieni, sicuri che continueranno sia negli studi universitari sia in futuro a distinguersi, dando un apporto importante allo sviluppo del nostro Paese.

L'anno scorso ci incontrammo per questa cerimonia un mese dopo la tragedia dell'11 settembre. Quella spaventosa strage ha costituito un trauma anche per l'economia mondiale; ha introdotto un elemento di grave incertezza nell'orizzonte dei produttori e degli investitori.

All'inizio dell'anno che ormai sta per terminare ha avuto luogo un evento, di ben altra natura, che segna la storia dell'Europa e della sua integrazione: l'introduzione dell'euro, la messa in comune della sovranità monetaria da parte di 12 Stati. Il cambio della moneta ha rappresentato un grande successo tecnico. L'euro si sta affermando nel mondo come valuta di riserva internazionale. Tuttavia, il nuovo metro monetario ha prodotto un effetto "scalino" nei prezzi al consumo, più forte di quanto ci si attendesse, differenziato da Paese a Paese. Al tempo stesso, l'economia europea - l'abbiamo ora ascoltato dai discorsi del Presidente dei Cavalieri del Lavoro e dal Ministro per le Attività Produttive - ristagna, stenta a manifestare quei segni di ripresa da tempo attesi.

Concentriamo per un momento la nostra attenzione sull'Italia. Prima di tutto uno sguardo al recente passato, all'ultimo decennio. Vediamo una Nazione che ha saputo sradicare l'inflazione, risanare i conti pubblici, riconquistare la fiducia dei mercati. Il minor assorbimento di risparmio privato da parte del disavanzo pubblico ha favorito la diffusione della proprietà azionaria tra le famiglie. L'accresciuta flessibilità del mercato del lavoro ha prodotto un sensibile aumento dell'occupazione, pur in presenza di una crescita modesta.

In settembre ho richiamato l'attenzione sull'andamento dei prezzi, in particolare per il differenziale a nostro svantaggio nel confronto con i Paesi dell'euro.

Un aumento dei prezzi superiore quasi di un punto alla media europea provoca una erosione di competitività per le nostre merci; e conseguenti danni in termini di quote di mercato.

La classifica della competitività stilata ogni anno dal World Economic Forum ci segnala che perdiamo terreno, soprattutto nelle produzioni ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto.

La struttura di un'economia basata su un tessuto diffuso di medie e piccole imprese offre vantaggi e svantaggi. Indubbiamente, favorisce la flessibilità dei processi produttivi e dei prodotti. D'altro canto, spiega in parte la ridotta propensione all'investimento in ricerca scientifica, in innovazione, in nuovi brevetti. Sta di fatto che anche la quota privata di investimento in ricerca scientifica è bassa. E il dialogo fra imprese e Università si sviluppa lentamente, tranne in pochi casi.

I nostri imprenditori sono stati in grado di trasformare in pochi decenni l'economia italiana, hanno contribuito in modo determinante a fare dell'Italia un Paese avanzato, a diffondere le attività industriali su tutto il territorio. Oggi si ha la sensazione che essi siano più sensibili a cogliere le occasioni a più rapida realizzazione e meno pronti a impegnarsi in progetti a più lunga scadenza.

Inoltre, per motivi diversi, siamo in presenza di crisi, anche gravi, in settori tradizionali particolarmente importanti nella nostra economia. Esse devono essere risolte positivamente, con il concorso di tutti, in modo da non indebolire il tessuto industriale e salvaguardare l'occupazione. Il nostro patrimonio di capacità imprenditoriali e tecnologiche, la qualità della nostra forza lavoro sono motivi di fiducia.

Il nostro benessere si basa sulla capacità di coniugare le tradizioni, le ricchezze del nostro territorio con la modernità di una grande nazione industriale.

La competitività del nostro sistema produttivo è priorità nazionale.

Serve uno scatto d'orgoglio da parte di tutti. In primo luogo, da parte della classe imprenditoriale.

Mi rivolgo a Voi, Cavalieri del Lavoro. Con la vostra esperienza potete impegnarvi direttamente in questa battaglia che è anche una grande battaglia culturale, di affermazione dei valori che l'istituzione del Vostro Ordine ha inteso esaltare.

Dobbiamo saper dare nuovo slancio, più vibrante vitalità all'impresa. Dobbiamo combattere il rischio di trasformare quelle che sono iniziative vive in patrimoni da gestire.

I dati dimostrano che le imprese con un alto tasso di apertura internazionale competono meglio anche sul mercato interno, subiscono meno i colpi della concorrenza; tendono ad investire di più nella ricerca. Allo stesso tempo, non si deve rinunciare ad aumentare le dimensioni aziendali. L'economia italiana ha bisogno di imprese più grandi.

E' importante inoltre che le nuove generazioni vengano associate maggiormente alla guida delle imprese.

Gli imprenditori devono credere nelle possibilità della loro azienda, nel futuro dell'economia italiana. Quando, cinquanta anni fa, si trovarono ad affrontare la sfida del mercato comune europeo, essi, insieme con lo Stato, diedero una risposta formidabile, vincente: gli investimenti fissi lordi salirono a un terzo del prodotto interno lordo. Furono fugate così le preoccupazioni che la sfida suscitava; così la sfida si trasformò in un successo.

Oggi vi è il potenziale per un nuovo scatto. Il costo del danaro è ai minimi storici. La condizione finanziaria delle imprese è migliore che in passato. Le relazioni sindacali aziendali sono ispirate a una dialettica costruttiva: ne ho conferma nei miei viaggi nelle province italiane.

Capitale umano, ricerca e sviluppo, dimensione d'impresa, apertura internazionale: su questi fronti i 4 milioni e oltre di unità produttive di cui l'Italia è ricca possono impegnarsi e creare le condizioni di un nuovo ciclo di sviluppo.

E' essenziale, al tempo stesso, che il nostro Paese rimanga al centro dei traffici nel mercato europeo, valorizzando la sua posizione geografica. Per questo occorre accelerare la realizzazione del "corridoio 5" e del "corridoio 8"; costituiranno le due direttrici portanti del commercio continentale a Sud delle Alpi, favorendo il collegamento del Nord e del Centro Europa con i Paesi del bacino Mediterraneo e con i traffici asiatici.

Più in generale, siamo ad un passaggio di particolare importanza per l'intera Europa, per il suo futuro di benessere e di pace.

A questo riguardo, i Paesi dell'Eurogruppo e al loro interno i sei Paesi fondatori della Comunità hanno una particolare responsabilità; essi hanno rinunciato alla moneta nazionale per dar vita alla moneta comune; sanno che è loro dovere completare quest'opera con una gestione fortemente coordinata delle loro economie. Altrimenti si reca danno al loro sviluppo: resterebbe quella che io chiamo la "zoppia" tra politica economica e politica monetaria.

La crescita economica nella stabilità, obbiettivo del Trattato di Maastricht e del successivo Patto chiamato appunto di stabilità e di sviluppo, presuppone una convergente, sana gestione, sia della moneta, sia dell'economia reale, affidata a due distinte istituzioni, i Governi e la Banca Centrale. Solo così si potranno esprimere appieno tutte le potenzialità di un'economia quale quella dei Paesi dell'euro, un'economia di 300 milioni di cittadini, consumatori e produttori.

Concludo. Le esperienze del passato ci insegnano che gli italiani, quando sanno di impegnarsi per un obiettivo importante e condiviso, rispondono con entusiasmo, accettano sacrifici anche considerevoli.

Oggi avvertiamo la necessità del completamento del quadro delle garanzie di una Unione Europea che operi attivamente nell'interesse comune e condiviso dai Paesi aderenti.

L'Unione è come un convoglio ferroviario in movimento, con quindici vagoni trainati da una motrice progettata quando i vagoni erano solo sei, e dopo solo "revisionata".

Ora siamo in procinto di agganciare altri dieci vagoni.

La Convenzione e la Conferenza Intergovernativa hanno il compito di rinnovare il locomotore e ammodernare la linea ferroviaria, sì da assicurare al convoglio, nelle sue nuove dimensioni, velocità e sicurezza di marcia. Per questo è essenziale che il nuovo Trattato costituzionale sia coevo all'allargamento.

Dobbiamo operare perché tutto ciò avvenga; ci auguriamo che si concluda a Roma.