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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

30-10-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in visita alla città di Ravenna, in occasione dell'incontro con le autorità istituzionali, politiche, civili e militari ed i Sindaci della Provincia di Ravenna



VISITA DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA CITTA' DI RAVENNA

INCONTRO ISTITUZIONALE CON LE AUTORITA'

Ravenna, 30 ottobre 2002



Signor Presidente della Giunta Regionale dell'Emilia Romagna,
Signor Presidente della Provincia di Ravenna,
Signor Sindaco di Ravenna,
Eminenze,
Onorevoli Parlamentari,
Autorità civili, militari e religiose,
Cari Sindaci della provincia di Ravenna,

questa terza ed ultima giornata della mia nuova visita nell'Emilia-Romagna, che mi ha visto prima a Ferrara ed ora a Ravenna, ha avuto qui un inizio particolarmente felice. Nei vostri discorsi, insieme con parole di benvenuto, per le quali vi ringrazio, ho ascoltato attente analisi del quadro economico e sociale della città e della provincia di Ravenna, nel più ampio ambito della Regione Emilia-Romagna. Avete espresso, concordemente, un giudizio positivo, che appare particolarmente significativo in un momento come questo, di congiuntura non particolarmente esaltante, in Italia e in Europa.

Nell'ascoltarvi, non potevo non riandare, con i miei ricordi, a quella che era la Ravenna di più di quarant'anni fa: quando, nel 1959, giovane funzionario della Banca d'Italia a Macerata, trascorsi qui un periodo di alcuni mesi, essendo stato inviato a Ravenna per coadiuvare un funzionario più avanzato in carriera, della sede centrale di Roma, in una rituale visita ispettiva alla Cassa di Risparmio di questa città.

Ho rintracciato un passo della relazione che l'ispettore anziano presentò al suo ritorno a Roma. Si descriveva l'economia del ravennate come "un'economia basata su una agricoltura ricca di grano, uva da vinificazione, frutta, ed integrata da attività commerciali ed industriali in crescente sviluppo"; grazie anche alle iniziative "intese a creare una zona industriale nelle immediate vicinanze del porto", che avrebbe "favorito ad un tempo l'impianto di nuovi stabilimenti" e l'espansione dei traffici, aventi per oggetto "i prodotti agricoli locali" e il commercio dei mangimi importati per il bestiame della Valle Padana.

Nel 1959, a quattordici anni dalla fine della guerra, stava quindi incominciando ad emergere un'economia ravennate non più soltanto agricola, orientata verso il commercio delle granaglie e verso nuove attività industriali, più o meno legate alla realtà di un porto ancora importante: anche se non era, nemmeno geograficamente, lo stesso porto che l'Imperatore Augusto aveva costruito nell'insenatura di Classe - non esiste più - per farne una delle due basi navali dell'Impero; predestinando così Ravenna al suo destino di ultima capitale dell'Impero Romano d'Occidente.

Quanta storia alle spalle di questa città! I miei ricordi diretti della Ravenna di fine Anni Cinquanta affiancano, col potere singolare di selezione della memoria, al quadro del porto e del commercio di granaglie che vi transitava, le vivide immagini delle monumentali basiliche bizantine, che danno ancora oggi, a moltitudini di visitatori provenienti da ogni parte del mondo, splendente testimonianza di quella passata grandezza.

Ed è a quei ricordi che riandava la mia mente mentre vi ascoltavo, confrontando la Ravenna d'allora - impegnata a compiere, con i disastri della guerra oramai lasciati alle spalle, i primi passi di quello che fu poi chiamato "il miracolo italiano" - con la realtà odierna, che voi mi avete accuratamente descritto.

Da allora, l'Italia democratica, forte dei valori conquistati nel tempo della Liberazione; forte della sua Costituzione repubblicana; forte del Trattato di Roma che ha dato il via all'unificazione economica e politica dell'Europa; forte della sua antica etica del lavoro e delle sue capacità imprenditoriali, ha fatto davvero molta strada. Questa è un'altra Italia, e un'altra Ravenna.

I vostri discorsi sullo stato odierno dell'economia ravennate si sono svolti, giustamente, partendo da un confronto del quadro attuale con quello non di cinquanta ma di dieci anni fa, segnato dalla grave crisi provocata dalle difficoltà del Gruppo Ferruzzi. Mi avete raccontato quella che può soltanto definirsi una "storia di successo": un successo strappato da una crisi grave, grazie alla laboriosità, allo spirito d'impresa presente nel settore privato come in quello cooperativo, alla capacità di collaborazione fra le organizzazioni imprenditoriali e sindacali, fra tutti i settori della società e dell'economia ravennati, insieme con le autorità locali.

Alla particolare coesione della vostra società, oltre che ai meriti del vostro proverbiale, romagnolo "carattere sanguigno", voi fate risalire, in non piccola parte, le ragioni del fatto che siete riusciti ad uscire in appena un decennio da una crisi grave, ritrovandovi oggi con un'economia più solida di prima, con la piena occupazione, e con una società che ha salvaguardato innati valori di solidarietà.

Al rafforzamento delle imprese legate al porto e alla navigazione, allo sviluppo di nuovi settori produttivi, e all'ammodernamento della vostra agricoltura, voi avete aggiunto il potenziamento di un poderoso flusso turistico, attratto sia dalla bellezza delle vostre coste, sia dalla singolare imponenza dei vostri monumenti bizantini.

Avete anche sviluppato, in questo quadro di un "sistema integrato spiaggia-città d'arte" (che potrà ancora arricchirsi dalla riscoperta di Classe, prossima grande tappa per la storia dell'archeologia in Italia), iniziative culturali di prestigio internazionale, come il Ravenna Festival.

Tutte queste iniziative compongono un modello di sviluppo che può giustamente appassionare gli studiosi. Alla sua conoscenza, e alla sua ulteriore crescita, la vostra nuova università potrà e dovrà dare un significativo contributo; come potrà darlo la motivazione dei giovani attraverso un'adeguata e mirata preparazione, che li conduca dagli anni dello studio agli anni del lavoro in un atmosfera di riaffermazione dei valori, di sicurezza psicologica ed economica.

Un'ulteriore considerazione mi viene suggerita dalla presenza, oggi qui con noi, di due Cardinali di origine ravennate - le Loro Eminenze Achille Silvestrini e Ersilio Tonini - cui rivolgo un particolare saluto, nel nome di sentimenti, di stima e di amicizia formatisi all'incrociarsi di diversi percorsi individuali. Li so, tutti e due, legati e orgogliosi della propria terra.

Si è parlato qui di una società caratterizzata da una forte capacità di trovare "punti di mediazione", di "concertare le decisioni che riguardano la collettività". Le radici di questa vostra identità, e di questa coesione, si trovano anzitutto nel passato risorgimentale: la nascita del tricolore, all'epoca della Repubblica Cispadana, si ebbe ad opera del patriota e letterato Giuseppe Compagnoni di Lugo. Uno stretto nesso di principi e di ideali unisce il Risorgimento alla Resistenza, che, come è stato ricordato, accomunò, in queste terre, uomini di diversa estrazione politica come Benigno Zaccagnini e Arrigo Boldrini - al quale rivolgo il mio saluto.

Di ciò dà testimonianza il tricolore che ho alle mie spalle, a fianco del busto di Dante: il tricolore della 28esima Brigata Garibaldi, insignita di medaglia d'argento al valor militare, nel settembre del 1945. La motivazione, che cito, ne esaltava la partecipazione "alla lotta clandestina, alle dipendenze di unità alleate e fianco a fianco e in stretta collaborazione con una Grande Unità del nostro rinnovato esercito".

Il patriottismo vi univa tutti, vi unisce tutti. Ma questo fu anche, non dimentichiamolo, un territorio caratterizzato, fino a tempi non molto lontani, da una vivace, anche aspra contrapposizione, fra corrente di pensiero "anticlericale", come allora si diceva, e corrente religiosa.

Prendiamo atto che il confronto appartiene al passato. Ne rimangono ancora vivi gli echi; non più le polemiche. Non è che si siano spenti gli animi; è che in questa Italia, in questa terra romagnola, si è creato un nuovo rapporto di apertura, di cordiale intesa e di operosa collaborazione fra gli eredi di quelle diverse tradizioni. Ne abbiamo ogni giorno testimonianza, quando si debbono affrontare i problemi propri della società contemporanea.

Questa riconciliazione - che non è peraltro una caratteristica esclusiva di questi territori - è anch'essa all'origine della capacità di lavorare insieme, con concrete iniziative per il bene della comunità, e particolarmente delle sue "fasce più deboli".

Talvolta mi stupisce il fatto che di questa avvenuta riconciliazione degli animi, di questa riunificazione della nazione italiana, di questa nuova realtà di collaborazione, come potremmo dire fra uomini di chiesa e uomini delle istituzioni civili, così poco si parli. Eppure questa mi appare come una delle grandi e positive novità dell'Italia d'oggi, anche se è avvenuta così spontaneamente e gradualmente - perché tutti sono cambiati, gli uni e gli altri - da non far rumore. E' invece un segno importante della crescita culturale e civile della nostra società. Viviamo in un ambiente di libertà religiosa e di pensiero.

Questa di Ravenna è una società cosiddetta "opulenta". Di siffatte società del nostro tempo condivide le caratteristiche positive, ed anche quelle negative. E' una società consapevole dei doveri della solidarietà. Ma soffre della trasformazione del tessuto dei legami famigliari che è caratteristica del nostro tempo. Non c'è più la famiglia patriarcale, e ne derivano problemi come l'insufficiente assistenza casalinga ai malati, o come la solitudine degli anziani, o come il disagio giovanile.

A questi problemi lo "stato sociale", o assistenziale, per quanti progressi siano stati fatti in questa direzione, non può offrire risposte compiute. Una parte delle risposte deve venire, e sta avvenendo, dalla società civile: una società dove il fenomeno del volontariato - nel senso più largo del termine, includendo nel calcolo anche le decine di migliaia di obiettori di coscienza impiegati in questi ultimi anni in tutti i settori del servizio civile - ha assunto dimensioni notevoli, fra le più elevate nell'ambito di tutti i Paesi europei.

La fine ormai prossima del servizio militare obbligatorio, e quindi delle "obiezioni di coscienza", provocherà, e in parte sta già producendo, una grande flessione nel numero dei volontari. Il rapporto del luglio scorso sul servizio civile in Italia prevede, per la fine di quest'anno, un "vuoto" di 20 mila giovani in servizio civile, a confronto di una domanda di tutti gli enti convenzionati per oltre 85 mila posti d'impiego.

Come provvedere? Si è già incominciato a dare una prima risposta con l'inizio, in via ancora sperimentale, del servizio civile volontario, fin d'ora aperto anche alle ragazze, con una durata di 12 mesi dell'impegno assunto. Per ora, la quasi totalità dei volontari del servizio civile è composta da donne. Si stanno raggiungendo cifre inaspettatamente alte: sono già duemila le giovani volontarie del servizio civile, e ci si avvicinerà presto all'obiettivo di 7-8 mila per questa fase che, ripeto, è sperimentale.

Molto ci sarebbe da dire su questa grande novità, e sulla corsa contro il tempo impegnata per ottenere, (quando fra pochissimi anni finirà il servizio di leva, e quindi l'afflusso degli obiettori di coscienza), un numero di volontari del servizio civile, in tutti i suoi rami - assistenziale, sociale, educativo, culturale, o nell'impegno per la salvaguardia dell'ambiente, o nella cooperazione allo sviluppo anche oltre i nostri confini - pari alla domanda di volontari dei tanti enti convenzionati che ne hanno bisogno, come degli enti locali.

Mi limito per ora a proporre all'attenzione della società italiana questo grande tema, di cui così poco si parla, e di cui quindi poco si sa. Ai giovani e alle giovani dico: si può servire la Patria militando come volontari in uno dei molti settori del servizio civile, nell'interesse della società, per il bene soprattutto dei più deboli, così come vestendo l'uniforme, al servizio della sicurezza e della pace. Si hanno, in ambedue i casi, anche vantaggi pratici. Ma soprattutto si può vivere un periodo di formazione che può risultare determinante per tutta la propria vita. E' importante un periodo della gioventù dedicato alla collettività, e vissuto in collettività, sia in armi, sia senza armi.

Concludo ringraziandovi per avere stimolato, con i vostri interventi, molte delle riflessioni che vi ho qui sottoposto. Mi attendono ancora, in questa giornata ravennate, incontri che consentiranno un approfondimento degli argomenti toccati; ed anche momenti rievocativi di eventi tragici ma gloriosi, eventi fondanti della nostra identità democratica e repubblicana. Mi preparo anche, con gioia, a visitare le vostre recenti e importanti scoperte archeologiche, e a rivisitare alcuni dei vostri grandi monumenti architettonici, che rievocano un'epoca della storia ravennate che fu essenziale anello di congiunzione fra la grandezza di Roma e la nascita del mondo moderno e della patria italiana. Da ultimo non mancherà, in omaggio alla vostra particolare vocazione, un momento musicale.

Vi ringrazio ancora per la cortese accoglienza e vi auguro buon lavoro, e nuovi successi.