Presidenza della Repubblica

menu di navigazione

percorso: Presidenti /  Ciampi /  discorsi  /  discorso

DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

28-10-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in visita alla città di Ferrara, in occasione dell'incontro istituzionale con le autorità




VISITA DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA CITTA' DI FERRARA

INCONTRO ISTITUZIONALE CON LE AUTORITA'

Ferrara, 28 ottobre 2002

 

Signor Presidente della Giunta Regionale dell'Emilia-Romagna,
Signor Presidente della Provincia di Ferrara,
Signor Sindaco di Ferrara,
Onorevoli Parlamentari,
Autorità civili, militari e religiose,
Cari Sindaci della Provincia di Ferrara,

sono a Ferrara con animo sereno, per questo incontro con voi, con questa splendida, civilissima città. Ma ho ancora negli occhi le immagini della tragedia di Mosca, e il pensiero rivolto alle vittime innocenti, ai sopravvissuti che lottano per la salvezza. Rinnovo la piena solidarietà dell'Italia alla Russia, colpita da una spietata azione terroristica.

La tragedia di Mosca, e prima gli attentati a Bali e in altri paesi, ripropongono al mondo intero l'incubo dell'11 settembre.

Dobbiamo avere fiducia: contro il terrorismo si è formata una coalizione universale di popoli e di governi. La lotta alle organizzazioni terroristiche non sarà né breve né facile. Richiede anche che ne vengano affrontate le radici politiche, sociali, economiche. Ma questa lotta - ce lo insegna la storia - sarà sicuramente vinta.

Torniamo a noi.

Vi ringrazio anzitutto per la vostra calda accoglienza. Nelle vostre parole ho trovato la conferma dello spirito fiducioso e determinato con cui Ferrara, la sua provincia, la Regione Emilia-Romagna, affrontano le sfide e i problemi di questo inizio, alquanto travagliato, del nuovo secolo e si preparano a cogliere le nuove opportunità che a tutti si offrono nell'epoca della "globalizzazione".

Vi ho ascoltato con molta attenzione, e mi propongo di continuare poi questo nostro dialogo. Le vostre parole - per sintetizzarle in poche battute - mi dicono che voi avete un progetto; e che state lavorando alla sua realizzazione. Questo è importante. Tutte le mie esperienze di vita mi hanno insegnato che, se si vuole assolvere il proprio dovere nei confronti della istituzione nella quale si è scelto di operare, non basta limitarsi a reagire, volta per volta, ai singoli problemi che si debbono affrontare, o alle opportunità che ti si offrono.

E' invece necessario inquadrare le proprie azioni in una visione più ampia, in un orizzonte più largo, guardando più lontano nel tempo; e poi ci si mette al lavoro, controllando ripetutamente se si sta avanzando nella giusta direzione, se si sta realizzando gradualmente il proprio "progetto", secondo le scadenze previste.

Voi siete anche consapevoli che un programma di sviluppo civile, economico, culturale, come è quello di cui mi avete parlato, necessariamente esteso nel tempo, richiede, per avere successo, l'attiva partecipazione e spirito di collaborazione non soltanto delle autorità locali, a tutti i livelli di responsabilità, ma di tutte le espressioni di quella che si suole chiamare la "società civile", di cui occorre coinvolgere e mobilitare tutte le energie, tutte le risorse. Come qui è stato detto, "il senso della convivenza solidale e l'etica delle responsabilità" sono valori necessari.

Valori indispensabili, quando il progetto è ambizioso, come lo è il vostro. Voi state delineando e seguendo un percorso di crescita molto speciale, una "via cultural-ambientale allo sviluppo", come qualcuno l'ha definita. Ma non volete solo questo.

Non intendete soltanto valorizzare, in tutto e per tutto, il vostro grande patrimonio monumentale e naturale: gli splendidi palazzi rinascimentali, che restaurate con amore, o i paesaggi ancora in buona parte intatti delle vostre paludi e dei vostri lidi. Intendete non soltanto conservare, ma far crescere la vostra ricca identità culturale e ambientale con nuove iniziative: all'interno però, e questa è una parte essenziale del "progetto", di un più largo quadro equilibrato di crescita produttiva, agricola e industriale.

Non volete diventare una città che viva solo di turismo. Non volete continuare ad essere soltanto una "città del silenzio e dell'acqua", anche se questi debbono rimanere i segni caratteristici del fascino incomparabile di questa vostra terra. Volete essere anche dei produttori, in tutti i campi di attività. Insomma, volete molte cose insieme.

Ci vuole molta tenacia per averle. Occorrono anche, non vi è dubbio, risorse adeguate.

Questo vostro progetto riguarda una provincia che conserva bellezze naturali straordinarie ed anzi uniche, che ha per suo capoluogo non un centro urbano qualsiasi, ma una città che si chiama Ferrara, che è stata una delle capitali ("importante e dinamica", per citare le giuste parole del Sindaco), della civiltà italiana ed europea. Questa bellissima città vuole restare fedele alla sua vocazione di grandezza; e vuole anzi riguadagnare terreno insieme con la sua provincia, che si riteneva, come qui è stato detto, "in ritardo di sviluppo" rispetto alle altre della vostra Regione.

Continueremo stasera (rivolgendosi ai tre oratori) il nostro dialogo; ho molte domande da fare, suggerite dalle parole stesse che ho ascoltato. E la mia giornata ferrarese di domani, particolarmente densa di impegni, mi consentirà di constatare di persona la concretezza del vostro progetto, i progressi che state facendo.

Sono particolarmente felice di visitare almeno due delle grandi mostre che sono oggi aperte a Ferrara, e che attirano tanti visitatori. Avrò poi riunioni di lavoro con i rappresentanti delle categorie produttive, del sindacato e dell'università. L'Università di Ferrara è uno Studio prestigioso, in un'Italia che sta divenendo sempre più ricca di centri universitari antichi e meno antichi, oggi più attivamente integrati nel territorio in cui operano, di quanto lo fossero in passato.

Le università sono una delle grandi ricchezze dell'Italia. Dobbiamo farle crescere, dotandole dei mezzi necessari, operando perché questi mezzi siano bene impiegati, intensificando il volume della ricerca, di cui le università sono la sede principale, anche se non certo l'unica. Sono particolarmente lieto di avere avuto da voi conferma che vi è, tra chi governa questa città e questa provincia, e chi è responsabile di questa università e delle sue autonomie, una "positiva sinergia".

Guardo, poi, con particolare interesse all'incontro con i giovani del "Parlamento Europeo Giovani", qui riuniti.

Si tratta di due temi che non da oggi mi sono molto presenti: l'Europa; e i giovani.

Come europeista convinto ed impegnato, mi trovo a concludere ogni mia riflessione in proposito pensando che toccherà ai giovani portare a completamento l'edificio istituzionale ancora incompiuto dell'Europa unita, non rinchiusa gelosamente dentro i confini del proprio benessere, ma impegnata a difendere e a diffondere nel mondo i propri valori.

E' stato questo il sogno che ha ispirato gli uomini della mia generazione, resi forti dalla memoria delle tragedie che avevano segnato la nostra giovinezza: di ciò ho ragionato, otto giorni fa, a El Alamein. Questo è il progetto a cui noi abbiamo lavorato, facendone uno dei temi guida del nostro impegno civile, portando avanti il disegno, che si va via via realizzando, dell'unificazione su scala continentale dei popoli europei.

Vorrei che i giovani non perdessero la memoria di quel passato di guerre, di odi, di nazionalismi esasperati, di totalitarismi aggressivi e spietati, che noi abbiamo personalmente vissuto e sofferto, e ne traessero un più forte incitamento e impulso a mettersi al lavoro, per realizzare pienamente ideali per cui merita di vivere e di battersi.

Talvolta ci coglie il timore che, scomparsi gli ultimi testimoni diretti di quelle che furono le grandi tragedie del Novecento, le guerre, gli olocausti, il ricordo di quei fatti si attenui, e si indebolisca quella spinta a cambiare il mondo che animò la generazione dei sopravvissuti, la nostra generazione.

Bisogna che i giovani non dimentichino. Se sarà così, essi, animati dagli stessi valori dei padri, daranno certamente prova di non essere affatto una gioventù dedita soltanto a perseguire un benessere effimero, più preoccupata "dell'avere che dell'essere"; dimostreranno invece di avere anche loro progetti, ideali da realizzare. Senza di essi, come affrontare con sentimenti di speranza le grandi sfide e i grandi pericoli del Ventunesimo Secolo? Come dare un senso alla propria vita?

Oggi si parla molto dei giovani. Dolorose vicende recenti ci fanno ascoltare giudizi anche duramente negativi.

Molte cose ci lasciano turbati. Ci chiediamo se il rilievo altissimo che viene dato dai mezzi di comunicazione di massa a fatti di violenza non finisca per far acquisire a quei drammi, anche se non è questo l'obiettivo, una valenza esemplare che essi sicuramente non hanno.

Il disagio è accresciuto dalla constatazione che questi stessi mass media sembrano meno interessati a conoscere e a far conoscere quella che è la realtà di tutti i giorni: l'immagine vera di quella moltitudine di giovani che studiano, che vivono in famiglia in serenità, che si preparano a una vita di lavoro, che dimostrano di non sentirsi affatto estranei o indifferenti alla società in cui vivono e ai suoi problemi, o ai grandi problemi del mondo, e che si impegnano con generosità nel volontariato.

Mi si dirà: la normalità "non fa notizia". Eppure vi sono eventi, iniziative in cui quell'essere "normali" si esprime, e che meritano attenzione, segnalazione.

Nei tanti dibattiti sui temi giovanili che abbiamo letto o ascoltato, o in apposite ricerche, come quella recente del CENSIS, mi ha colpito un tema emergente, suggerito dal mondo degli adulti più attenti a coltivare la crescita di una gioventù responsabile; ma suggerito anche dallo stesso mondo giovanile. E' il tema della proposta, che la società deve indirizzare ai giovani, e che i giovani devono pretendere dalla società. E su questo tema voglio concludere.

Ci siamo talvolta sentiti rivolgere, noi più anziani, un appello che non vogliamo, non dobbiamo ignorare: altrimenti diventa un rimprovero; ci si dice polemicamente: se è vero che - come qualcuno sembra credere - noi giovani, o una parte di noi, è "priva di valori", fateci proposte. Fatecele, sollecitateci, e noi risponderemo. Anche i giovani amano "fare progetti", e hanno particolarmente bisogno di farne.

E' un fatto che ogniqualvolta si è verificata una catastrofe naturale, o una guerra ha messo in pericolo la sopravvivenza di intere popolazioni, e vi è stato un bisogno urgente di volontari, i nostri giovani, come quelli di altri Paesi, hanno dato a questo appello una risposta generosa. Magari con qualche stupore, li abbiamo visti mettersi al lavoro con slancio, con abnegazione, con impegno.

E' anche un fatto che molte migliaia di giovani sono impegnati ogni giorno in attività di volontariato, nel sociale, come nelle attività culturali, in quello che è d'uso oggi chiamare il "terzo settore", il settore non profit, che ha raggiunto dimensioni dieci o vent'anni fa impensabili, e che svolge funzioni sociali che il meglio organizzato fra gli "Stati assistenziali" non riesce ad assolvere.

Secondo alcuni di coloro che sono attivamente impegnati nel volontariato, vi sono alcuni segnali di un rallentamento dell'impegno dei volontari. Altri lo vedono più che mai in crescita. La situazione mi appare in realtà diversa da città a città, da regione a regione; di ciò ho continuamente prova nei miei viaggi in Italia.

E credo che si possa fare un'affermazione: là dove gli adulti sono più intensamente impegnati a lavorare con i giovani per far crescere in loro l'interesse per il volontariato, il volontariato cresce ed attrae sempre più giovani, diventando un momento importante della loro formazione civile.

La mia fiducia nei giovani è grande. Quando li incontro nelle scuole, in città d'ogni parte d'Italia, li trovo appassionati ai loro studi; giustamente ansiosi per il loro futuro, specie nelle regioni dove purtroppo vi è ancora una disoccupazione giovanile elevata; desiderosi di dar prova nella vita, quando arriverà la chiamata dell'impegno di lavoro, delle loro qualità morali e delle loro capacità. Mi sento di dire: diamo fiducia ai giovani; ma stiamo vicini a loro, non per esigere, ma per sollecitare. Non esitiamo a proporre loro forme di impegno nello studio, nella società, nella cultura; saranno per loro momenti di crescita, morale e civile.

L'esperienza del "servizio civile", svolto dagli obiettori di coscienza, ed ora aperto a tutte le ragazze (anche il Comune di Ferrara ha annunciato pochi giorni fa un importante progetto in questo campo), indica una strada da seguire con convinzione, così come l'impegno di tanti giovani volontari nelle Forze Armate della Repubblica. Invitiamo i giovani "a non vivere nel presente, ma a progettare il futuro, che sarà quale essi saranno capaci di realizzarlo". Non soltanto la scuola, o gli organizzatori di associazioni di volontariato, ma anche le famiglie hanno in ciò una diretta responsabilità.

Concludo. La prospettiva del tempo pur breve che trascorrerò con voi, in questa città che ho imparato a conoscere ed amare da molto tempo, prima tappa di un viaggio che mi porterà fra due giorni in un altro luogo dell'anima della nostra civiltà, Ravenna, mi riempie di gioia. Vi ringrazio ancora per la vostra accoglienza. Vi auguro successi nella realizzazione del vostro progetto per il futuro di Ferrara. L'"officina ferrarese" è più che mai al lavoro. Buon lavoro, dunque.