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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

16-10-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in visita di Stato in Belgio, in occasione dell'incontro con il corpo accademico e gli studenti del Collegio d'Europa




VISITA DI STATO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
NEL REGNO DEL BELGIO

INTERVENTO AL COLLEGIO D'EUROPA

Bruges, 16 ottobre 2002



Signor Rettore,
Signor Sindaco di Bruges,
Signori Professori,
Signore e Signori,
Cari studenti,

grazie innanzi tutto per le gentili parole con le quali sono stato accolto e presentato. Sono lieto di trovarmi con voi in questa Istituzione, nel cuore prestigioso della cultura universitaria europea, che svolge un'importante opera di promozione e di diffusione dell'ideale europeo.
Al Collegio d'Europa s'incontrano giovani da tutta l'Europa che hanno intrapreso un percorso formativo comune, all'insegna di valori condivisi, consapevoli di un destino ormai irrevocabilmente intrecciato.

Per me, parlare di Europa a Bruges ed in Belgio evoca l'intensità dei legami fra i nostri due Paesi, le particolari responsabilità degli Stati fondatori dell'Unione nel realizzare un grande ideale alternativo agli egoismi nazionali e settoriali.
L'unità dell'Europa è una vocazione autentica del sistema politico, della dirigenza - economica e culturale - dell'Italia, ancor più di una opinione pubblica che ha per intuito una posizione ancora più avanzata.
L'Italia, come il Belgio, ha saputo, fra i primi, guardare oltre l'orizzonte degli interessi immediati; ha compreso soprattutto che l'Europa costituisce la migliore via per rafforzare i valori di libertà e di democrazia in un'area decisiva per le sorti del mondo.
La continuità, la tradizione cosmopolita della nostra cultura, rinvigorite nel contrasto con una drammatica esperienza diretta di nazionalismo esasperato che sfociò nel totalitarismo, hanno consentito alla Repubblica italiana di perseguire, sin dalla sua istituzione nel 1946, operando con altri Paesi europei, due obiettivi:
- raggiungere la pace nel continente attraverso l'unità, superando rivalità fratricide;
- rimuovere le tentazioni del nazionalismo perché mai più turbino la vita di una comunità, di una nazione, di una libera unione di popoli.

Ricordo il ruolo determinante di Alcide De Gasperi che intuì la portata rivoluzionaria del disegno europeo. Credette, fino agli ultimi giorni della sua vita, nel patrimonio comune di valori spirituali tra i popoli europei.

Egli disse e cito: o riprendere la lunga strada ininterrotta di rivendicazioni, di conflitti che si ispirano ad una concezione etica assoluta di nazioni, oppure andare verso il coordinamento di forze in vista di un'espansione superiore e di una più larga e fraterna solidarietà.

Fu poi Gaetano Martino, proveniente da una regione ai confini meridionali dell'Europa come la Sicilia, che molto ha dato alla civiltà europea nei secoli, a rilanciare il processo di integrazione, attraverso la Conferenza di Messina e i Trattati di Roma, dopo il fallimento della Comunità europea di difesa.

L'europeismo dell'Italia e degli italiani si deve anche a quanti si sono mobilitati per maturarne e diffonderne i contenuti.
Con preveggenza, sin dagli anni trenta, Altiero Spinelli capì che non vi era alternativa alla creazione di una Federazione europea, cui gli Stati nazionali avrebbero ceduto porzioni di sovranità.

I Governi italiani hanno fornito contributi essenziali all'avanzamento del processo di integrazione europea.
Ogniqualvolta il disegno unitario sembrò appannarsi, l'Italia seppe individuare e unirsi con le forze più dinamiche e costruttive in Europa, scegliendo con loro la strada da seguire.
Fra tanti esempi, ricordo il completamento del mercato interno, obiettivo qualificante dell'intera costruzione europea, deciso al Consiglio Europeo di Milano nel giugno del 1985: l'Atto Unico, entrato in vigore due anni dopo, segnò una tappa storica nello sviluppo dell'Europa.

In questo spirito formulo un vivo augurio al vice Presidente della Convenzione sul futuro dell'Europa, Jean Luc Dehaene ed al successo della risolutiva missione cui attende la Convenzione.

La Convenzione affronta il ritardo istituzionale accumulatosi nella costruzione dell'Unione Europea; rafforza il convincimento che nell'Unione si realizza più compiutamente l'interesse nazionale di ogni Paese; prepara l'Unione all'allargamento ed ai nuovi meccanismi decisionali delle istituzioni comuni.

Sta maturando un momento atteso da tempo.
I Trattati di Maastricht ed Amsterdam lo avevano anticipato: superare la concezione tradizionale del ruolo dello Stato; dare forma, sostanza, potere all'ideale europeo.
E' questo il compito storico, in un quadro di continuità dei rispettivi lavori, della Convenzione oggi e della Conferenza intergovernativa domani.
I loro lavori non possono certo essere ridotti, circoscritti a una razionalizzazione di testi o a interventi d'ingegneria istituzionale.

Sono invece l'occasione per dimostrare che Europa e nazione non sono antagoniste, che è tempo di visioni ambiziose e non di compromessi riduttivi; di scelte chiare e innovative, sia sul piano istituzionale sia di governo europeo.

Il rafforzamento del metodo comunitario, l'inserimento nel nuovo Trattato istituzionale della Carta dei Diritti Fondamentali, la delimitazione delle competenze fra l'Unione e gli Stati membri, il governo coordinato dell'economia che esalti tutte le potenzialità implicite nella moneta unica, ci guidano verso la strada giusta: far convivere fecondamente integrazione e diversità nazionali.

La situazione mondiale richiede una forte identità europea proiettata verso il mondo.
La drammaticità della realtà internazionale obbliga gli Stati europei a compiere un deciso passo in avanti: accettare crescenti aspetti di sovranazionalità, intesi - così come è stato per l'euro - come messa in comune delle sovranità nazionali.
L'appello all'Europa perché parli con una sola voce deve tradursi rapidamente in realtà: l'alternativa è l'irrilevanza.

Per acquisire peso e visibilità a New York innanzitutto, ma anche a Washington come a Pechino, a Mosca, al Cairo, i confini di un singolo Stato europeo sono stretti: temi globali, dallo sviluppo sostenibile alla lotta contro la povertà, possono essere affrontati con incisività solo da un interlocutore sorretto da un consenso pubblico ampio e democraticamente maturato, da un interlocutore credibile nel suo assetto istituzionale.

Il complesso unitario di diritti e doveri che verranno espressi dalla Carta Costituzionale daranno forma compiuta all'appartenenza all'Unione.
Ne risalterà ancora meglio, agli occhi della stessa opinione pubblica europea, l'identità, la visibilità dell'Europa; unità economica e politica conviveranno con le diversità culturali delle Nazioni singole.
Si capirà che per avere un'Europa che conta in settori come la politica estera e di sicurezza, come l'economia, bisogna innanzitutto essere sorretti da ideali, essere animati dalla volontà di superare gli orizzonti ristretti della politica domestica, nutrire fiducia nel diritto costituzionale come cemento dell'Unione.

La subordinazione di ogni decisione al consenso di tutti gli Stati membri deve diventare un ricordo del passato.

Mi rivolgo soprattutto ai giovani perché conservino e arricchiscano il legame con lo straordinario patrimonio di civiltà, che i diversi popoli d'Europa hanno saputo accumulare.

A quel patrimonio l'Italia ha dato nei secoli un fondamentale contributo: l'impero della legge, il retaggio della latinità, l'unitarietà della storia umana, il buon governo delle Repubbliche del Medio Evo, l'umanesimo, l'apertura verso le altre culture, il dialogo, il rispetto delle minoranze.
Le radici sostengono e alimentano.
Gli uomini privi di memoria sono automi; l'orgoglio di un'eredità plurisecolare e la continua rivisitazione dei valori comuni ci sorreggono nel collocare l'Europa al centro dei nostri interessi.

Con la prossima conclusione dei negoziati d'adesione, con l'approvazione di una Carta Costituzionale, con l'acquisizione di una personalità giuridica, il ruolo dell'Unione di fronte agli Stati membri ed ai cittadini europei si sta articolando con chiarezza intorno a tre capisaldi:
- efficienza nel funzionamento delle istituzioni;
- trasparenza nelle normative e nelle procedure;
- lealtà, integrativa e non sostitutiva di quella nei confronti degli Stati nazionali, verso l'Unione Europea.

Già nell'ambito della Convenzione non saremmo giunti ad una così avanzata sintesi fra diverse culture e concezioni politiche, se non albergasse nella coscienza della maggior parte degli europei una forte spinta ideale.
E' decisivo che la Convenzione avanzi nello spirito di visione dei problemi e di collaborazione con cui ha operato sinora e che non abbia esitazioni di fronte ad un insidioso bivio.

Una strada è caratterizzata dalla definizione di un nuovo modello politico e dalla formazione di una vera e propria cittadinanza europea. Un'altra è scandita dall'arretramento verso una grande area di libero scambio: un'ipotesi quest'ultima già scartata nel 1970, quando vinse la scelta della Comunità Economica Europea.
L'insidia dello stallo può essere evitata attraverso l'equilibrio non paralizzante ma operativo fra Parlamento, Consiglio, Commissione.
Le tre istituzioni già costituiscono la forza propulsiva dell'Unione.
L'una non può essere rafforzata a scapito dell'altra.

La radicale svolta rappresentata dalla Convenzione e la prospettiva della prossima Conferenza intergovernativa mettono anche in luce le potenzialità dell'Unione di dare risposta ai propri cittadini. Occorre avere presenti i molti quesiti che si affollano nelle speranze e nei timori dell'opinione pubblica europea. Ne cito alcuni:

Quando i singoli Stati non sono più in grado di svolgere da soli compiti essenziali al benessere della collettività - negli investimenti sociali, nelle istituzioni, nella scelta di infrastrutture - chi deve farvi fronte?
Quando la globalizzazione si trasforma in una esaltazione della competitività e dell'innovazione senza freni, chi deve intervenire per tutelare il modello di vita europeo che ci accomuna?
Quando i valori base della nostra civiltà tendono ad appannarsi perché distorti dal consumo, chi può aiutare a riportarli al centro dell'esistenza dell'individuo e della collettività?
Cosa possiamo dire a milioni di giovani che sperano non solo nel benessere materiale ma credono anche nella forza propulsiva delle idee?
Come convincere i cittadini europei che l'Unione Europea è garanzia di buon governo?
Come definire i confini dell'Unione Europea perché corrispondano al corpo di principi, valori etici e religiosi, tradizioni storiche dell'Europa?

Siffatti e altri simili interrogativi sono diffusi: solo un'Unione rafforzata, innovativa è in grado di affrontarli, di dar loro risposta.

Chi agirà in nome dell'Europa ha la responsabilità di assicurare unitarietà ed autorevolezza alla rappresentanza esterna dell'Unione. Avrà la piena fiducia dei Paesi e dei popoli europei se darà forma, chiarezza e credibilità ad un interesse collettivo europeo oggi troppo spesso frammentato e confuso.

La suddivisione delle responsabilità fra Consiglio, Commissione e Parlamento Europeo, la ripartizione di poteri fra Unione e Stati membri deve avvenire in maniera da valorizzare il ruolo di ogni istituzione.

Individuare i compiti assegnati ad ognuna, assicurare che questi compiti vengano poi effettivamente svolti con pienezza di poteri.

Non ci si impegna in una grande, complessa, impresa che presuppone solidarietà e fiducia, senza la spinta rappresentata da interessi autentici e se non si avverte l'anelito dei cittadini per un'Europa più autorevole nelle grandi scelte e meno invadente nelle piccole.

Per questa ragione è giusto definire l'Europa che si va formando come una Federazione di Stati nazione.
Questa formula è basata sul principio dell'eguaglianza fra gli Stati, stabilisce una doppia lealtà, crea un modello politico unico nella comunità internazionale. Essa indica la creazione di un organismo dotato di proprie competenze in cui convivono sovranazionalità e cooperazione intergovernativa.

Non è un ircocervo.

L'Unione Europea è già oggi una realtà ben più avanzata di un'alleanza o di un'organizzazione internazionale: con un suo Parlamento, con una sua moneta, con una sua Banca Centrale, con una sua Corte di Giustizia, una sua bandiera, un suo inno.
L'attribuzione di una personalità giuridica e di una vera e propria soggettività di diritto internazionale assicureranno finalmente continuità, stabilità, autorevolezza all'Unione.

Torno al mio Paese: nei decenni seguiti al secondo conflitto mondiale, si sono succeduti governi, protagonisti, generazioni. L'Italia è però sempre rimasta nel gruppo di avanguardia degli Stati che hanno creduto nell'integrazione come elemento cruciale di stabilità, di benessere e di avanzamento, economico, politico, etico.

La presenza in quest'avanguardia esprime il modo di essere dell'Italia in Europa.
L'Italia avverte la responsabilità di porre il Mediterraneo ed i rapporti con i Paesi arabi al centro degli interessi europei.
Ha incoraggiato lo stabilimento di relazioni preferenziali con i Paesi dell'Africa e dell'America Latina.
Ha, sin dalla caduta del muro di Berlino, colto il vantaggio che l'allargamento avrebbe arrecato alla democrazia e alla libertà in Europa.
E' direttamente impegnata per consolidare la vocazione europea dei Paesi della ex Jugoslavia.

Questo percorso lineare, questa tenacia e ambizione di far avanzare l'integrazione europea, questa capacità del mio Paese di guardare oltre l'orizzonte, sono sinonimo di servizio verso l'Europa intera.
Se i lavori della Conferenza - come è da auspicare da tutti noi per il successo pieno del progetto europeo - si concluderanno entro il dicembre 2003, la coincidenza con il semestre "italiano" darà al nuovo Trattato un significativo suggello.