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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

10-04-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione dell'incontro istituzionale con le autorità di Prato





VISITA DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
ALLA CITTA' DI PRATO

INCONTRO ISTITUZIONALE CON LE AUTORITA'

Prato - Teatro "Cicognini", 10 aprile 2002



Signor Presidente della Giunta Regionale,
Signor Presidente dell'Amministrazione Provinciale,
Signor Sindaco di Prato,
Signori Parlamentari,
Autorità civili, religiose, militari,
Cari Sindaci della Provincia di Prato,

grazie a tutti voi, che mi avete accolto con tanta amicizia e cortesia. Anche nel mio stato d'animo, Presidente Martini, trovo gli stessi sentimenti che Lei ha espresso con tanta passione: la gioia che provo per questo incontro è offuscata dal dolore, dalla grave preoccupazione per le notizie del sanguinoso conflitto nel Medio Oriente.
Vorremmo che la pace ritrovata, ricostruita con tenacia dai popoli europei, dopo tante guerre, fosse d'esempio agli altri. Accompagniamo con ansia gli sforzi dei governi degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di altri Paesi per porre fine al conflitto israelo-palestinese, e ci auguriamo che abbiano successo.
Due verità ci appaiono evidenti. La prima è che il terrorismo più spietato non potrà mai distruggere lo Stato d'Israele, che ha diritto a vivere in pace entro confini sicuri.
La seconda è che la forza militare israeliana non potrà mai piegare il popolo palestinese, che ha un eguale diritto ad un proprio Stato indipendente.

Nessun atto di terrorismo, nessuna vittoria militare, saranno mai decisivi. Nessuna delle due parti potrebbe mai realizzare il sogno allucinante di distruggere l'avversario.
Il conflitto in corso è una sfida alla comunità delle Nazioni e una grave minaccia all'ordine internazionale. Soltanto la pace fra israeliani e palestinesi, frutto di un negoziato, potrà garantire l'indipendenza e la sicurezza degli uni e degli altri, e creare la cornice per un futuro di progresso per tutti i popoli del Medio Oriente e del Mediterraneo. Chi opera per la pace opera per il bene del proprio popolo e di tutti i popoli.
Volgiamo di nuovo insieme il pensiero a questo nostro incontro, a questa nuova sosta del mio viaggio in Italia. E' un viaggio che consente di conoscere da vicino delle realtà importanti; realtà "provinciali", che spesso rimangono oltre l'orizzonte d'attenzione dei mass media, e che quasi sempre, in tutte le regioni d'Italia, offrono un'immagine incoraggiante dei progressi che la nostra società sta facendo, in tutti i campi della vita civile e dell'economia. Questo mio giudizio si fonda oramai su centinaia di incontri diretti con personaggi rappresentativi, nei più diversi campi della vita della nostra società, da un capo all'altro del nostro Paese.
In realtà, ogni Italiano si rende conto di questi progressi, quando guarda alla propria città e alla propria provincia, e constata come è diversa e migliore la realtà d'oggi da quella di ieri.
Ma il quadro d'insieme, che è quello di un'Italia che avanza, e continua ad avanzare, non sembra altrettanto evidente alla coscienza nazionale.
Ha ragione chi ha di recente osservato che scopo di questi miei viaggi non è soltanto quello di conoscere l'Italia e gli Italiani; ma di far conoscere l'Italia agli Italiani: l'Italia che non fa parlare di sé, ma lavora e produce, e costruisce sempre migliori condizioni di vita per le nuove generazioni.
Voi pratesi, lo sapete bene che è così. Voi avete compiuto, nel corso di appena una, due generazioni, uno straordinario balzo in avanti, costruendo, sulle fondamenta di una secolare tradizione di operosità e di civiltà, uno dei più importanti distretti industriali d'Italia e d'Europa; raddoppiando, nell'arco di meno di mezzo secolo, la vostra popolazione; conquistando traguardi di benessere economico e civile che sembravano impensabili ai vostri nonni.
"Miracoli" simili al vostro, seguendo ciascuna la propria strada, li hanno compiuti, nello stesso arco di tempo - alcune prima, alcune dopo - tante altre provincie italiane. Questi "miracoli", che miracoli non sono, ma il frutto di una antica civiltà del lavoro della nostra gente, di un grande, faticoso impegno di imprenditori, lavoratori, dirigenti di associazioni di categoria e pubblici amministratori, continuano a ripetersi; anche in quelle regioni, del Nord o del Centro o del Sud, che erano rimaste più indietro.
E' questa esperienza diretta del nostro continuo progredire che mi induce, quando qualcuno mi sollecita in tono allarmato ad esprimere un giudizio su questa o quella situazione difficile che noi, come tutti, ci troviamo a dover affrontare, a rispondere: non drammatizziamo.
Guardiamo avanti, senza dimenticare di volgere lo sguardo indietro a dieci, o venti, o trenta anni fa, e ci accorgeremo di quanta strada abbiamo fatto, e continuiamo a fare: perché l'Italia, anche se non mancano momenti di acceso contrasto, come è inevitabile che accada in una libera democrazia, continua a progredire, insieme a tutte le nazioni sorelle dell'Unione Europea.
Questa consapevolezza della forza vitale della società italiana mi spinge anche a sottolineare che la vivace dialettica politica, propria di una libera democrazia, può risultare più costruttiva se si evita che il confronto diventi scontro, e che lo scontro provochi una paralisi delle scelte da farsi.
C'è il momento della contrapposizione democratica, anche aspra, e c'è il momento dell'incontro e delle decisioni, nel Paese e nel Parlamento. Bisogna imparare a passare dall'uno all'altro: dallo scontro all'incontro, ricordando che ciò che unisce è molto più di ciò che divide, anche se le divisioni fanno tanto rumore. L'Italia di provincia, questo, lo sa molto bene.

L'arte del politico consiste nel ricercare e trovare la composizione delle diverse posizioni, nel rispetto delle opinioni degli avversari politici o sociali, nella consapevolezza che il progresso, alla fin fine, lo si costruisce insieme. La "concordia discors" tra le istituzioni, come nella dialettica interna delle istituzioni, è la forza della democrazia, è l'essenza della democrazia.
Incontrarsi, parlarsi a mente aperta, senza pregiudizi, cercare insieme una soluzione ai problemi: questa è la regola della buona politica. Oggi è più valida che mai. Dopo il litigio, se si è saggi, si fa pace.
Il compiacimento che è stato qui espresso per il fatto che questa città, nei momenti più difficili, riesce ad unirsi, a non dividersi, a concertare l'interesse collettivo - cito parole che ho or ora ascoltato - pur senza mai rinunciare a una dialettica, a una discussione vivace, mi sembra motivo di fiducia e di legittimo orgoglio.
L'occasione di questa mia visita a Prato, come già è stato detto, non è soltanto quella di sentire il polso di quello che è uno dei cuori pulsanti della nostra economia. Questa è una giornata dedicata anche al ricordo delle tragedie di un passato che oggi sentiamo lontanissimo.

Da quelle tragedie gli uomini della mia generazione, che le hanno vissute e sofferte, hanno tratto l'impulso per lanciarsi in un'impresa che aveva dell'incredibile: costruire, sulle rovine materiali e morali di una guerra atroce, un'Europa di pace, di cooperazione fra tutti i popoli, nel nome di un ritrovato comune ideale di libertà, di democrazia.
Il pellegrinaggio che faremo oggi pomeriggio a Figline sarà un viaggio nel nostro passato. Esso ci farà vedere in una luce diversa, sullo sfondo di quei ricordi, il nostro presente. Renderemo omaggio alla memoria di coloro che diedero la vita, e a coloro che poi dedicarono la loro esistenza, a costruire un'Europa che non conoscesse più guerre, un'Europa riconciliata, un'Europa che abbattendo le frontiere concedesse spazi nuovi alla creatività dei suoi figli, coniugando libertà e progresso.
Per un toscano come io sono, una visita a Prato, seguita a quella di ieri a Firenze, dedicata a una celebrazione di quel nostro grande bene comune che è la lingua italiana - che fu la nostra Patria, culla della nostra comune identità nazionale e civiltà, molto prima che nascesse lo Stato unitario - ha il sapore di un ritorno a casa.

Le parole, gli accenti che ho ascoltato, sono incoraggianti; offrono motivi di fiducia nella capacità di Prato, e dell'Italia, di superare quella fase di difficoltà per l'economia dell'Occidente, che è stata accentuata da un tragico evento, la distruzione delle Torri Gemelle di New York: un evento traumatico che non poteva non scuotere la fiducia nel futuro.
Oggi, pur contrastati dagli inevitabili riflessi soprattutto dei drammatici eventi in Medio Oriente, si notano segni di miglioramento nell'andamento dell'economia, internazionale e italiana. Ma al di là delle valutazioni congiunturali, meritano particolare attenzione i dati sull'andamento dell'occupazione e della disoccupazione. Secondo le ultime rilevazioni dell'Istat, a gennaio scorso gli occupati hanno raggiunto i 21 milioni e 741 mila, con un aumento, nel corso del 2001, di 371 mila unità. Questa crescita si è verificata nonostante le risultanze poco favorevoli della produzione dell'ultimo trimestre del 2001.
Si è così toccato il livello di occupazione più alto dal 1993. Se si fa un confronto con il 1996, si constata che negli ultimi sei anni i posti di lavoro sono aumentati di un milione 800 mila unità: si è andati al di sopra delle previsioni più ottimistiche - da molti ritenute troppo ottimistiche - che allora vennero fatte da chi ne aveva la responsabilità, confidando negli effetti delle politiche di risanamento, che ci permisero di prendere il nostro posto tra i Paesi creatori dell'euro.

I riflessi sul tasso di disoccupazione sono stati non meno importanti. Nell'ultimo trimestre del 2001 la disoccupazione è scesa al 9,2 per cento, contro il 10,1 per cento del gennaio 2001. Il numero dei disoccupati è sceso al minimo dell'ultimo decennio. L'occupazione è aumentata, e la disoccupazione è diminuita, in ogni area d'Italia, anche nel Mezzogiorno.
E' in questo quadro che si collocano i problemi, e le speranze per l'avvenire, di un grande distretto industriale come è questo di Prato.
I problemi da affrontare sono noti: il mercato globale è un'occasione ma è anche una sfida. La concorrenza dei Paesi emergenti si aggiunge a quella dei nostri partners e si giova non soltanto di un minor costo della manodopera, ma spesso anche del mancato rispetto di regole di parità nelle condizioni di lavoro o nella tutela delle condizioni ambientali, che hanno anch'esse un costo.
Ma i fattori che giuocano a vostro favore, e che sono motivo di fiducia, sono molti, e importanti. Non vi è soltanto la forza di una tradizione artigianale e imprenditoriale che sa far proprie con prontezza le nuove tecnologie. Vi è una singolare capacità di organizzazione a rete delle vostre aziende, che vi ha portato a creare un originale modello di divisione del lavoro tra imprese maggiori e minori, formando così un "network", ineguagliato altrove, di produttori specializzati.

Gli esperti dicono che questa sinergia fra imprese di vario livello vi permette di unire la capacità di innovazione con l'eccellenza produttiva e con la specializzazione dei vostri prodotti verso le fasce alte del prodotto. Questi sono considerati i fattori tipici del vostro successo: non a caso il modello pratese (profondamente diverso da quello di altre antiche aree di produzione tessile del nostro continente), è oggi oggetto di attenti studi.
Da questo vostro modello è scaturita una crescita poderosa, che ha espresso una domanda di lavoro ben maggiore della possibilità di offerta di manodopera locale. La vostra capacità di attrarre lavoratori, nei primi decenni postbellici, ha suscitato una forte migrazione interna dal Mezzogiorno e da altre parti d'Italia, presto divenuta una componente vitale della società pratese. Ha poi finito per richiamare immigrati da Paesi remoti.
Si è così formata, tra l'altro, la comunità dei "cinesi di Prato", un'altra singolarità della vostra provincia, e del vostro distretto industriale. Qualcuno ha parlato di "delocalizzazione in loco", una variante pratese di un fenomeno presente in forme diverse in molte altre nostre regioni altamente industrializzate.
Qui è davvero forte la sfida dell'integrazione nel rispetto delle diversità, ossia del passaggio a una società multietnica e multiculturale.

La cultura del lavoro, che ha unificato pratesi di nascita e pratesi provenienti da altre regioni d'Italia, e la tradizionale apertura al mondo della società e della cultura pratese, giuocheranno a favore di una graduale ricomposizione sociale, anche se ci troviamo di fronte a un problema dalle dimensioni e dalle caratteristiche uniche. E' importante che già oggi nelle vostre scuole vi siano tanti bambini cinesi: la loro intelligenza e il loro impegno sono da tutti riconosciuti. Toccherà soprattutto a loro il compito di divenire "mediatori culturali".

Questa originale risposta al problema del reperimento di nuova manodopera non deve tuttavia far dimenticare l'importanza potenziale delle iniziative progettate per creare nel Mezzogiorno dei mini-distretti produttivi, frutto della cooperazione fra imprenditoria pratese e imprenditorie locali, e della collaborazione fra amministrazioni locali. Questi tentativi non sono stati finora coronati dal successo; ma bisogna augurarsi che non vengano abbandonati.

Più in generale, in un momento in cui vi sono in Italia territori ad alta industrializzazione la cui crescita rischia di essere soffocata dalla mancanza di manodopera, e territori dove è ancora elevato il tasso di disoccupazione - e dove in particolare vi è disponibilità di una forza lavoro giovanile mortificata dalla inattività, ansiosa di dar prova delle proprie capacità - non si può non auspicare che si sviluppino iniziative di "delocalizzazione in Patria", da cui tutti trarrebbero vantaggio.
I miei ripetuti incontri con studenti delle scuole medie e delle università del Meridione, nei quali ho conosciuto una gioventù motivata, culturalmente moderna e ben preparata, mi convincono che vi sono le premesse perché più intensi e coordinati sforzi delle autorità locali e centrali e delle associazioni produttive diano buoni frutti. Questo è un terreno ancora quasi inesplorato, potenzialmente promettente.
Su un ultimo fattore di progresso voglio dire ancora una parola: la formazione, a tutti livelli. Lo sviluppo del polo universitario di Prato può divenire, come è già accaduto in molte altre provincie, fattore di progresso d'importanza determinante. L'essenziale è che si creino stretti rapporti di collaborazione fra università e mondo imprenditoriale, affinché le esigenze della produzione trovino corrispondenza nel tipo di preparazione dei neolaureati.

Da ciò potranno dipendere la capacità d'innovazione e di crescita delle vostre imprese, e il superamento stesso dei rischi e dei limiti della "monocultura" e della specializzazione produttiva.
La conclusione di queste mie riflessioni non può non essere una dichiarazione di convinta fiducia nella vostra capacità di affrontare con successo le sfide dei tempi nuovi, di mercati sempre più ampi e liberi, di una concorrenza sempre più aperta e allargata al mondo intero.
I mercanti di Prato non ebbero paura di affrontare con spirito avventuroso, nei secoli passati, sfide molto simili, con intraprese che fanno parte della storia del progresso economico e civile dell'Occidente. Le radici dell'artigianato e dell'imprenditoria pratese sono antiche e ben salde. Le vostre doti di iniziativa, la vostra organizzazione del lavoro, hanno fatto del "modello pratese" un esempio per l'Italia, e per la cultura industriale in tutto il mondo. Questa è una provincia piccola per dimensioni, grande per le sue realizzazioni e per la sua fama. A voi tutti un caldo augurio di buon lavoro.