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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

09-04-2002
Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione del conferimento del titolo di accademico "honoris causa" dell'Accademia della Crusca




INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
IN OCCASIONE DEL
CONFERIMENTO DEL TITOLO DI
ACCADEMICO "HONORIS CAUSA"
DELL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA

Firenze - Accademia della Crusca, 9 aprile 2002

 

Entro in questa nobile Accademia preso da emozioni complesse.
Amo la lingua Italiana. Avverto l'orgoglio di averla ereditata come mia lingua per nascita.
All'Università scelsi di essere iniziato al suo studio. Ho seguito i corsi di docenti quali Luigi Russo, Giorgio Pasquali, Augusto Mancini, Clemente Merlo.
Sono stati miei compagni di corso alla Normale - e con alcuni di loro ho poi conservato dimestichezza di vita - studiosi quali Scevola Mariotti, Gianfranco Folena, Aurelio Roncaglia, divenuti filologi illustri non meno dei loro maestri.
Oggi, quale Presidente della Repubblica Italiana, avverto l'importanza della nostra lingua, prima di tutto quale componente essenziale di italianità e quindi come elemento fondante dell'unità della nostra Patria, ma anche e non meno quale lingua di cultura in Europa e nel mondo, veicolo della nostra civiltà.
Una lingua che entra nell'animo dello straniero che ad essa si avvicina e che spesso se ne innamora perché la sente capace, forse più di ogni altra, di esprimere con compiutezza, per la sua struttura e per la sua musicalità, sentimenti e stati d'animo.
Penso che potrei fermare qui il mio saluto a questa illustre Accademia.
Quant'altro aggiungerò, vogliate ascoltarlo in questo spirito e soprattutto come espressione del mio fermo convincimento dell'importanza di custodire, di studiare, di far conoscere la lingua italiana, e di apprezzamento per coloro che, come voi, a questo fine, a questa missione si sono dedicati.

Tra il Duecento ed il Trecento i letterati della penisola scrivevano ancora nei propri dialetti. Dalla metà del Trecento, si riconobbero Italiani in Dante, nella sua opera e nella sua lingua.
La Commedia si diffuse rapidamente dalle Alpi alla Sicilia e i suoi versi, tradotti in più di settanta lingue e dialetti diversi, hanno imposto al mondo l'immagine dell'italianità.
Un esempio commovente della potenza, tragicamente consolatrice, della Commedia e della stessa lingua italiana è contenuto in una pagina di "Se questo è un uomo" di Primo Levi.
Nel campo di sterminio di Auschwitz, un giovane alsaziano, che conosceva bene il francese e il tedesco, voleva imparare l'italiano. Levi gli recitò parte del canto di Ulisse.

Il ragazzo, incantato, pregò lo scrittore di ripetere e ripetere ancora la sua recita. Levi credeva di sentire anche lui quelle parole per la prima volta "come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono"; gli sembrò "qualcosa di gigantesco, che io stesso ho visto ora soltanto, nell'intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui".

Molte delle lingue europee si sono costituite come espressioni della capitale di uno Stato, imposte talora attraverso la forza delle armi. L'italiano, invece, è la lingua di un libro, la Commedia, divenuto riferimento per i letterati di tutta Italia, dal nord al centro, al sud, alle isole. La lingua di un poeta ha unificato la gente italiana nel crogiolo di una medesima cultura, poi di una nazione.
La lingua italiana è stata strumento di cultura straordinario. E' una lingua che ha la capacità di rinnovarsi per aderire alla realtà in continuo divenire e che, al tempo stesso, sa esprimere passioni, sentimenti e stati d'animo in forme immutate.

Se, ad esempio, recitiamo i versi di due poesie, ambedue dedicate all'Italia e scritte a distanza di ben cinque secoli, una dal Petrarca, l'altra dal Leopardi, le leggiamo, le comprendiamo con la stessa facilità. Ciò è possibile perché la lingua italiana, che pure muta in continuazione, è restata la stessa.
Gli studi e le stesse concrete esperienze storiche testimoniano quanto rilievo abbia avuto la comunanza di lingua nel costituirsi delle coscienze nazionali.
Il farsi della lingua e il farsi della Nazione si possono seguire nelle definizioni della parola "nazione" presenti nelle diverse "impressioni" del Vocabolario della lingua italiana dell'Accademia della Crusca.
Nelle prime tre, tutte del Seicento, la parola indica "generazioni di uomini nati in una medesima provincia o città". Nella quinta, ottocentesca, il termine acquista il significato principale di "Università degli uomini che abitano un medesimo territorio, parlano la medesima lingua, hanno tradizioni conformi e costituiscono un consorzio politico o stato retto da istituzioni comuni".

Questa Accademia - nel crepuscolo delle fortune d'Italia che seguì agli splendori del Rinascimento - ha saputo elaborare il progetto di un Vocabolario dell'intero corpo di una lingua moderna, modello per tutti gli altri grandi vocabolari d'Europa.
Nel lungo periodo che precedette il decisivo risveglio del primo Ottocento, per molti aspetti la lingua italiana fu l'Italia.
In questa lingua gli scienziati, da Galileo a Volta, formularono le loro grandi scoperte; i poeti, da Tasso a Parini, crearono alti valori d'arte; economisti, filosofi, giuristi, da Verri a Genovesi, da Beccaria a Filangeri fecero valere i diritti della ragione.

Torno al nesso tra lingua e nazione. Questo nesso, colto per tempo da molti pensatori, antichi e medievali, emerge con forza nella riflessione romantica sulla vita e sulla storia dei popoli.
A partire dall'Ottocento, in Europa e in Italia, si affermò il concetto di nazione politica e con esso divenne essenziale il riferimento al valore fondante della lingua. Una lingua, la nostra, che, tuttavia, soffriva della mancanza di coesione e libertà di un intero popolo.

E' questo un altro aspetto del legame con la vita civile: la preesistenza di una lingua comune ha favorito il processo di unificazione politica; allo stesso modo, l'unità politica, una volta realizzata, ha promosso la diffusione dell'italiano tra la popolazione. La storia dell'Italia unita si accompagna a quella della alfabetizzazione di massa.
Non c'è alcun dubbio: un particolare circolo virtuoso si è instaurato tra la vita complessiva del nostro Paese e la vitalità della lingua.
Oggi, le esigenze incalzanti della comunicazione, in termini sociali e tecnologici, pongono problemi non facili di adeguamento dell'uso della lingua e di confronto con le altre tradizioni linguistiche presenti sul nostro territorio: quelle di antica eredità locale e quelle provenienti dall'esterno.
"Il dialogo delle lingue" comincia nelle nostre comunità territoriali, testimonianza della straordinaria creatività che si riflette nelle "parlate locali" per proseguire nell'Europa e nel mondo.
Nei problemi della lingua si rispecchiano e si riassumono, come sempre, processi più profondi.

Sta a noi scoprire e "governare" questi problemi nella società del nostro tempo; sta agli studiosi del linguaggio seguire il prezioso e penetrante filo d'indagine che offre la loro materia di studio; sta alla Scuola, alle Università e alle Accademie, contribuire a tutelare il patrimonio di identità e di valori che nella lingua trova espressione, trasformandolo in strumento di educazione delle persone e delle cittadinanze.
Ripensare alla funzione socialmente aggregante della lingua è un modo per ripercorrere le tappe della storia della nostra Patria: una Patria che ha saputo superare i confini angusti del nazionalismo per costruire la "fratellanza tra tutti i popoli dell'Europa, e, per l'Europa, dell'Umanità" come ci ha insegnato Mazzini.

Un nuovo compito si è ora posto nella Europa unita, non solo per gli specialisti della materia, ma per ogni individuo attento ai fenomeni culturali: come far vivere, senza antagonismi e pur in presenza di una lingua strumentale dominante, oggi l'inglese, le varie lingue nazionali dell'Europa che tende all'unificazione.
So che l'Accademia della Crusca è impegnata con le Accademie ed altre istituzioni linguistiche di tutti i Paesi dell'Unione Europea, nell'elaborazione di un programma per una politica linguistica comune.
Il dialogo delle lingue deve farci riflettere sulle possibilità che la comunicazione umana offre - ha sempre offerto, se consideriamo il cammino della storia - alle intese, tra i singoli e tra i popoli. Solo nel dialogo, fra i singoli e fra i popoli, si costituisce quell'esperienza umana fondamentale che è la consapevolezza del valore dell'"alterità", il partecipare di ognuno al mondo comune nel rispetto reciproco.
La difesa delle lingue nazionali europee non è - e non vuole essere - un atto di campanilismo. La cancellazione delle identità culturali renderebbe passivi, e dunque meno liberi. Le differenze di lingua, di costumi, di tradizioni sono elemento di forza e di vitalità della cultura europea.


Signori Accademici,

stiamo costruendo da 50 anni una comune cittadinanza. Essa sarà sintesi di quei valori che le coscienze europee sentono comuni, che esprimono con parole diverse, ma con uguale intensità e convinzione.
L'Italia ha molto da offrire. Chi ha a cuore il progresso e la pace può e deve ispirarsi ai principi del dialogo, del rispetto di chi è diverso da noi. Può e deve adoperarsi per spegnere le intolleranze e le contrapposizioni tra civiltà in nome di una solidarietà fra tutti i popoli che trova la sua ragion d'essere nobile e profonda nella comune condizione umana.

Sono principi che artisti e pensatori hanno espresso nella nostra lingua con sostanziale continuità, codificandoli in secoli di letteratura, arte, filosofia, diritto, scienza. Siamo consapevoli che tali valori devono essere continuamente elaborati attraverso la contemporaneità da noi vissuta, per consegnarli, dotati di rinnovato vigore, alle generazioni dei cittadini europei e del mondo che verranno dopo la nostra.
Dobbiamo riscoprire continuamente la bellezza della nostra lingua, le sue straordinarie qualità e, al tempo stesso, dobbiamo ritrovare la passione per quei valori che essa è riuscita ad esprimere così bene, tramandandoli nei secoli.
Nei miei viaggi per il mondo trovo un grande amore per la lingua italiana e il desiderio di conoscerla e di apprenderla.
Soprattutto ai giovani è affidato il compito di far conoscere e diffondere questa lingua insieme ai contenuti estetici ed etici di cui è interprete, per generare in loro stessi la determinazione e il fiducioso ottimismo necessari ad immaginare e realizzare il proprio futuro.
C'è un'identità italiana che è lingua, arte, pensiero e che affonda le sue radici nei secoli.
C'è un filo rosso che parte dagli inizi dell'Ottocento e che lega il Risorgimento alla Resistenza e alla Repubblica, perseguendo due chiari obiettivi: Unità, Libertà.
La memoria quanto mai viva in noi di questa lunga storia anima ed ispira il nostro agire.