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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

19-07-2000
INCONTRO CON LA CONFERENZA DEI PRESIDENTI DELLE REGIONI, DELLE PROVINCE AUTONOME E DEI CONSIGLI REGIONALI

 

 

INTERVENTO DEL

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

CARLO AZEGLIO CIAMPI

ALL'INCONTRO CON LA CONFERENZA DEI PRESIDENTI DELLE REGIONI

PROVINCE AUTONOME E DEI CONSIGLI COMUNALI

 

Palazzo del Quirinale, 19 luglio 2000

 

 

 

Il nostro incontro avviene in una nuova fase del lungo processo di affermazione delle autonomie regionali.

Le mie parole si rivolgono a persone che hanno un ruolo di grande importanza nel governo della Repubblica.

Il metodo dell'elezione diretta dei Presidenti delle Regioni ordinarie, che il Parlamento si appresta a estendere alle Regioni a statuto speciale - proprio oggi la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente in prima lettura l'apposito disegno di legge - garantisce quella autorevolezza che deriva dal rafforzamento della legittimazione democratica dei governi. Ciò contribuisce ad imprimere una forte accelerazione al cammino riformatore che stiamo compiendo.

Si va realizzando il più importante processo di riforma che lo Stato unitario abbia mai avviato.

E' una fase decisiva della valorizzazione delle autonomie.

Alle diffuse aspettative di riforma già corrispondono risultati importanti.

Su questa strada ci si è incamminati con la legge sulle autonomie locali, l'elezione diretta del Sindaco e la riforma della pubblica amministrazione. In questa legislatura si è proseguito, a Costituzione invariata, giungendo ad una prima, concreta definizione del federalismo amministrativo e del federalismo fiscale.

Esistono oggi le condizioni perché la piena affermazione delle autonomie si coniughi con principi di modernità e di efficienza dell'amministrazione pubblica.

L'attuazione del federalismo amministrativo rappresenta una vicenda esemplare di un metodo di lavoro positivo.

Definite le funzioni con il decreto legislativo n. 112 del 1998, Stato, Regioni, Province e Comuni hanno individuato, insieme, le risorse finanziarie ed umane da trasferire. Prima della pausa di agosto, sarà stabilito congiuntamente il riparto di tali risorse; entro la fine dell'anno, esse saranno attribuite a Regioni, Province e Comuni.

Se, in qualche campo, ci sono ritardi, occorre provvedere.

Lo stesso metodo deve guidare l'attuazione del federalismo fiscale.

Il trasferimento delle risorse deve essere adeguato alla complessità delle competenze regionali, ma anche coerente con una applicazione piena dei principi di equilibrio e di solidarietà.

Il lavoro avviato deve avanzare sul terreno del federalismo istituzionale.

La trasformazione del nostro Stato è richiesta anche dai mutamenti della realtà europea.

La costruzione dell'identità sovranazionale dell'Unione Europea, che sta pragmaticamente assumendo aspetti compositi, in parte intergovernativi, in parte federali, è posta dinanzi alle questioni decisive dell'allargamento dei confini, del rafforzamento delle istituzioni e della loro legittimazione democratica.

Le linee riformatrici che attraversano il piano interno e quello sovranazionale sono destinate a comporsi armonicamente, perché sono il risultato di un processo generale di evoluzione istituzionale e civile.

Parlando qualche giorno fa a Lipsia, ho sostenuto che già possiamo delineare i due nuclei cruciali della Costituzione europea: una prima parte che farà proprio il contenuto della Carta dei diritti fondamentali; una seconda che individui le sfere di competenze e di responsabilità degli organi dell'Unione e dei soggetti istituzionali - dai Comuni, alle Regioni, agli Stati - che partecipano alla vita associativa europea.

Le autonomie possono utilmente contribuire al dibattito sulla Costituzione europea, poiché un medesimo principio di sussidiarietà è destinato a regolare l'intero impianto delle relazioni istituzionali e sociali nell'Unione europea e nella Repubblica.

Le sfide della competizione internazionale impongono scelte decisive per il nostro futuro.

In questa prospettiva sarà preziosa la collaborazione fra Stato centrale e autonomie sul piano dello sviluppo economico, dell'innovazione, del lavoro, dell'efficienza dei servizi pubblici.

Voglio per prima cosa soffermarmi sulla formazione. Visitando l'Italia, ho avuto modo di constatare come una formazione adeguata si traduca in immediata occupazione, favorendo lo sviluppo. Ho presenti esempi concreti, a Bologna così come a Catania.

Meritano di essere additati i successi ottenuti nella scuola dell'obbligo in realtà sociali difficili, quale quella di Palermo dove si è realizzato un elevato ricupero della dispersione scolastica, e quanto stanno facendo a Napoli i "maestri di strada" nei quartieri a forte disagio sociale.

C'è bisogno di un grande sforzo nella formazione. Non è solo questione di destinarvi maggiori risorse finanziarie. Bisogna abbandonare i metodi tradizionali e gli sprechi di risorse e impostare la formazione in modo che meglio corrisponda alle esigenze del sistema produttivo.

Fondamentale è il ruolo delle Regioni, così come delle Province e dei Comuni.

L'estensione dell'obbligo scolastico dai 15 ai 18 anni apre grandi spazi di intervento regionale nel settore della istruzione professionale.

C'è bisogno anche di organizzare in modo sistematico una formazione permanente: l'innovazione rapida nei modi di produzione impone un periodico aggiornamento professionale degli occupati, al di là di quello che viene acquisito sul posto di lavoro.

Le realtà locali devono essere il motore di questa nuova impostazione.

 

Gli statuti che ciascuna Regione è chiamata a darsi rappresentano una grande opportunità per individuare obiettivi e strategie di sviluppo comuni, coinvolgendo le autonomie locali e le organizzazioni della società civile.

L'approvazione degli statuti coincide con un momento fondamentale della ricerca di efficienza e di equilibrio nelle istituzioni democratiche locali e, per tale via, del rafforzamento dei vincoli di coesione istituzionale e di solidarietà sociale.

Questa fase di trasformazione deve essere vissuta con un grande senso di responsabilità.

Allorquando la Repubblica si trasforma, più che mai le singole articolazioni devono impegnarsi a rispettare la pari dignità delle altre. Devono saper confrontarsi, dialogare, non perdersi in sterili contrapposizioni.

Così come le strutture centrali non devono invadere le sfere riservate alle competenze regionali, allo stesso modo le Regioni devono evitare di invadere le competenze delle altre autonomie.

Tocca proprio alle Regioni di rafforzare e coordinare - anche mediante lo strumento della delega - le risorse e le competenze di Province e di Comuni, per promuoverne integrazione e complementarità.

C'è bisogno di quella che io uso chiamare "l'alleanza delle autonomie".

I cittadini attendono risposte concrete ai loro concreti bisogni, e quelle risposte possono darle solo istituzioni efficienti, coordinate nella loro azione, rispettose delle competenze proprie e altrui. Molto questa collaborazione può dare ai fini del problema più pressante del Paese, l'elevato tasso di disoccupazione nazionale. Occorre migliorare le relazioni, la comunicazione fra i mercati del lavoro regionali, facilitando l'incontro fra domanda e offerta, anche a carattere temporaneo.

 

L'art. 5 della Costituzione fissa non solo il fine dell'autonomia e del decentramento, ma anche un metodo: la Repubblica ha una funzione irrinunciabile di garanzia della propria unità ed indivisibilità, da un lato, e della promozione delle autonomie, dall'altro.

Per aver chiaro il valore di questa funzione, basta pensare a quante volte la Costituzione attribuisce alla responsabilità della Repubblica la protezione dei diritti fondamentali dell'individuo e del nucleo essenziale di quelli che sono stati definiti i diritti sociali.

Dei diritti dei cittadini sono presidio irrinunciabile le funzioni statuali in materia di sicurezza.

Certo, a rafforzare il senso di sicurezza contribuiscono la fiducia nell'efficienza dell'amministrazione pubblica, la solidità delle garanzie delle libertà civili, l'ampiezza della rete di solidarietà e di protezione sociale: dunque, la vitalità delle autonomie.

La sicurezza è il prodotto di un'azione complessiva dei diversi livelli di governo. La fondamentale attività delle Forze dell'ordine si deve integrare con le politiche locali di riqualificazione urbana, di assistenza sanitaria e sociale, di formazione.

Le Regioni ben possono svolgere un ruolo attivo di impulso, coordinamento e potenziamento degli interventi che già oggi svolgono le Province e i Comuni.

E' incoraggiante l'avvio di una collaborazione tra governo e Regioni per rendere più ampia la partecipazione delle autonomie alle politiche di sicurezza locale.

Lo stesso metodo aiuta a risolvere i problemi posti dalla immigrazione.

La società italiana sta diventando multietnica: occorre sempre di più consolidare la cultura della legalità e del rispetto reciproco.

Le Regioni, con il loro patrimonio di civiltà, sono parti costitutive dell'identità italiana. Esse intervengono nella predisposizione e nella attuazione delle politiche, non solo di accoglienza, ma anche di integrazione di quanti chiedono di partecipare alla vita della nostra Nazione.

Lo Stato non può rinunciare al contributo delle Regioni al fine della ponderata valutazione delle condizioni specifiche delle realtà locali e degli interventi appropriati.

Sono compiti rilevanti, corrispondenti ad esigenze reali.

Ma così come c'è bisogno delle autonomie, queste hanno bisogno di un governo centrale autorevole.

La forza di uno Stato unito è essenziale nella costruzione della realtà europea e nella vita delle sue istituzioni.

Quanto ciò sia importante, le Regioni lo sanno bene ed avranno occasione di verificarlo sempre di più, nel quadro del progressivo accrescimento dei livelli di confronto e di interazione istituzionale possibili sul piano europeo ed internazionale.

 

Altre questioni, essenziali per il complessivo processo di riforma dello Stato, che è in atto, sono ancora aperte.

Innanzitutto, la chiarezza del quadro legislativo.

La promozione delle autonomie locali ha richiesto il compimento di un'importante opera di chiarificazione e di semplificazione normativa: il nuovo testo unico delle leggi comunali e provinciali concluderà in questo mese il suo iter.

Allo stesso modo, le istituzioni regionali richiedono, per operare efficacemente, una verifica, secondo principi uniformi, della coerenza della legislazione statale e regionale con i mutamenti in corso.

Le Regioni, così come tutte le istituzioni della Repubblica, sono chiamate ad altre, impegnative sfide riformatrici.

Lo Stato si sta muovendo in questa direzione, come dimostra anche la riduzione a 12 dei ministeri decisa con il decreto legislativo n. 303 del '99.

Fondamentale è l'organizzazione della macchina amministrativa, la sua efficienza, la sua velocità decisionale. Anche per questa strada si costruisce il buon governo.

L'ampio utilizzo delle tecnologie informatiche può rendere più completa e incisiva la razionalizzazione delle funzioni amministrative e la semplificazione delle procedure in tutte le strutture in cui si articola lo Stato.

I ministeri stanno già sperimentando forme di considerevole risparmio nell'acquisto di beni e servizi. Il nuovo metodo contrattuale, previsto dalla finanziaria per l'anno 2000, migliora, attraverso le tecnologie informatiche, la trasparenza delle procedure, l'economicità e la rapidità degli acquisti.

Il primo esempio dell'uso di questo metodo è la convenzione per la telefonia fissa, stipulata dal Ministero del Tesoro, a cui hanno aderito numerose istituzioni centrali, regionali e locali.

Partecipare a queste iniziative rappresenta un passo importante per realizzare contenimento ed efficacia della spesa pubblica.

In passato, anche nelle Regioni i principi di efficienza ed economicità non hanno sempre trovato applicazione esemplare. Approfittando dei grandi vantaggi di semplificazione e di risparmio di risorse che l'innovazione tecnologica può dare, occorre che le Regioni procedano ad una revisione sistematica della propria struttura operativa.

So che alcune Regioni lo hanno fatto o lo stanno facendo: l'auspicio è che tutte completino quest'opera al più presto. Non è solo dovere del buon amministratore nei confronti dei cittadini; è anche condizione essenziale per il salto di competitività che l'intero sistema economico può e deve fare.

 

Amministrazioni regionali rinnovate, modelli organizzativi nuovi, snelli hanno già il loro banco di prova: è l'agenda europea 2000. Si tratta di un complesso di finanziamenti europei tale da incidere strutturalmente sull'impianto economico di intere aree del Paese. E' un'occasione unica, anche perché è l'ultima ripartizione di fondi in un'Europa a 15. In questo campo, il Governo prese l'iniziativa di trasferire alle Regioni risorse e responsabilità, con il metodo della nuova programmazione. E' stata una scelta giusta e coraggiosa; sta a voi oggi realizzarla.

Le previsioni di bilancio delle amministrazioni regionali e locali devono essere coerenti con gli obiettivi macroeconomici nazionali previsti dal Patto di stabilità.

La difesa degli equilibri complessivi della finanza pubblica deve essere garantita da adeguate procedure di monitoraggio della spesa regionale e locale che favoriscano anche il coinvolgimento delle autonomie nella programmazione finanziaria di breve e medio periodo.

Si tratta di aspetti essenziali dello sforzo di conciliare i mutamenti istituzionali con gli obiettivi di equilibrio complessivo, essenziali per l'esito delle sfide che attendono l'Italia.

 

 

Cari Presidenti,

un anno fa, quando incontrai i Presidenti delle Regioni per la prima volta, la riforma costituzionale per l'elezione diretta sembrava difficile da realizzare. In pochi giorni, invece, il Parlamento superò ogni ostacolo.

Quel risultato ci dia fiducia per le realizzazioni future. Anche oggi, se c'è la volontà politica di tutti, ci sono il tempo e il modo di fare.

 

Come avrete notato entrando nel Palazzo del Quirinale, nel cortile d'onore sono disposte le bandiere delle Regioni e delle Province Autonome da Voi donate.

Si trovano lì a testimonianza emblematica e visibile di come le diversità vivano nell'idea di una Repubblica unita, indivisibile, forte delle sue autonomie.

 

È responsabilità comune assicurare che le diversità continuino ad arricchire l'identità della Nazione; che il lavoro dei cittadini e l'opera delle istituzioni si alimentino del sentimento profondo di appartenenza ad un'unica patria italiana ed europea; che la comunità nazionale mantenga saldi i principi di coesione e di solidarietà sui quali soltanto si fonda la fiducia nel progresso morale e materiale.

Un augurio fervido a tutti Voi al successo del Vostro impegno. E' un augurio per l'Italia.