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DISCORSO DEL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI

20-06-2000
PREFETTURA DI ANCONA - INCONTRO CON LE AUTORITA' LOCALI

 

VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CARLO AZEGLIO CIAMPI NELLA REGIONE MARCHE

INCONTRO CON LE AUTORITÀ LOCALI

Ancona - Prefettura, 20 giugno 2000

 

Signor Presidente della Regione Marche, Signor Presidente della Provincia di Ancona, Signor Sindaco di Ancona, Signori sindaci dei Comuni di questa Provincia, Eccellenza il Vescovo, Autorità civili e militari, Amici delle Marche,

voglio anzitutto ringraziarvi per il benvenuto caloroso che avete voluto riservarmi, e porgervi il mio saluto altrettanto affettuoso. Sono lieto di dare oggi inizio a una visita nelle Marche, che continuerà domani a Macerata, città dove ho trascorso un periodo felice e importante della mia vita, in anni ormai lontani; negli anni '50 che videro l'inizio di quella che è stata la trasformazione della economia marchigiana.

Ho ritrovato qui, al mio arrivo ieri sera, e ritrovo oggi, un'atmosfera gentile, un garbo tutto particolare nel rapporto umano, qualità queste che tutti vi riconoscono, e che mia moglie ed io ben ricordiamo ed apprezziamo. Esse corrispondono alla misura e dolcezza del paesaggio marchigiano: con le sue storiche, eleganti città tra i colli e i monti, con i suoi antichi porti affacciati a quel grande lago di civiltà che è il mare Adriatico.

Questo mare sembra ora restituito, finalmente, a un destino di pace che si riteneva compromesso: si è ormai riaperta una porta verso l'Oriente, che era stata chiusa o semichiusa, e non per anni, ma per decenni. Anche voi avete pagato un prezzo non piccolo per la riconquista della pace. E potete ora sperare che a voi per primi si offrano nuove occasioni di progresso non solo economico ma civile: che si aprano, davanti al vostro antico porto, più vasti orizzonti.

Non a caso, proprio - è stato già ricordato - proprio ad Ancona si è tenuta poche settimane fa la "Conferenza per lo sviluppo e la sicurezza dell'Adriatico e dello Jonio". Approvando la "Dichiarazione di Ancona", e istituendo il Consiglio ministeriale Adriatico e Ionico, questa importante conferenza internazionale ha varato un progetto di cooperazione e di progresso per l'intera regione, di cui questo mare-lago è il cuore: non una barriera, ma un ponte fra le generazioni. E mi ha fatto piacere ascoltare nei vostri discorsi i vostri propositi di fare affidamento su questa funzione, di quelle che io chiamo le due grandi "autostrade del mare" di cui l'Italia può beneficiare, questa dell'Adriatico e quella del Tirreno. E verso le quali insisto già da molti anni, da quando ero Ministro del Tesoro.

A questo appuntamento con una nuova storia, che abbiamo molte buone ragioni di sperare migliore, le Marche si presentano con giuste, motivate ambizioni, forti ormai di un poderoso apparato produttivo che appena pochi decenni fa non esisteva ed era quasi inimmaginabile.

Quello che è stato chiamato il "modello marchigiano" di industrializzazione, o il "miracolo marchigiano", ha dimostrato di avere un forte respiro. Ha retto alla prova del tempo e sta reggendo bene al passaggio del testimone dalla generazione dei padri, che lo ha creato col suo lavoro e la sua inventiva, a quella dei figli e nipoti.

Non sono mancate e non mancano, come è ovvio, le difficoltà, e anche di questo voi mi avete parlato. La scorsa settimana si è svolta a Bologna (e la scelta di Bologna è stata un significativo omaggio all'Italia e alla forza della sua economia in questo campo), una conferenza dedicata al tema dell'adattamento delle piccole e medie imprese all'economia globale, con la partecipazione dei rappresentanti di 50 Paesi e di 60 organizzazioni internazionali. La conferenza si è conclusa con l'approvazione di una Carta sulle Piccole e Medie Imprese. Per la prima volta, i problemi, derivanti dallo sviluppo di un mercato globale, che riguardano in particolar modo il sistema delle imprese di minori dimensioni, non soltanto nelle Marche, ma in tutti i paesi dell'Unione Europea e del mondo intero, trovano attenzione internazionale. Di fronte a questi problemi, come di fronte alle grandi opportunità che l'apertura dei mercati mondiali vi offre, siete in buona compagnia con molte altri parti d'Italia e dell'Europa.

Ma voi potete vantarvi di far parte del gruppo privilegiato di regioni che hanno saputo realizzare il grande salto dall'economia tradizionale, prevalentemente agricola, a un'economia industriale e di servizi avanzata, senza che a questo avanzamento si accompagnasse - e questo è il "miracolo" - una violenta rottura sociale, psicologica, e anche politica, causa altrove di vasti disagi. Questo è un fattore di forza anche ai fini della competizione economica, oltre a rendere più gradevole e vivibile l'esistenza.

Una particolare cultura, un particolare costume, una società strutturalmente armonica, partecipe in tutti i suoi ceti di valori di civiltà che non si esauriscono nella pur importante "etica del lavoro", hanno consentito alle Marche di rimanere, come oggi si usa dire, una realtà "a misura d'uomo".

Questa è una regione che si vanta, non senza buoni motivi, di essere quasi un modello esemplare dell'"Italia media", per effetto della sua storia e cultura, della sua collocazione geografica, come per la struttura sociale ed economica. Essere un "modello" d'Italia vuol dire essere modello della nazione fondatrice della cultura e civiltà moderna, e che di questa civiltà è ancora oggi uno dei paesi guida. E di ciò siamo tutti orgogliosi.

Nel gruppo di avanguardia delle regioni che hanno saputo conciliare lo sviluppo economico con il mantenimento degli equilibri sociali e culturali, insieme con voi, per nostra fortuna, ci sono anche altre regioni d'Italia. Talvolta tra loro se ne contendono i meriti e il primato. E' una nobile contesa, che si deve nutrire non solo di compiacimento per il passato, ma di ambizioni per il futuro. Avete successi comuni, così come avete difficoltà comuni. Avete anche molti valori comuni, che vi consentono di affrontare e risolvere i problemi in modi simili, anche se non identici. E qui mantenere valori comuni significa darsi carico di problemi che vanno ben al di là dell'economia, che investono la nostra vita sociale, che investono la famiglia, che investono tutte le nostre istituzioni nella formazione.

Trovo qui nelle Marche - è stato sottolineato - i segni forti di una attitudine alla concertazione e alla collaborazione tra le forze guida della società civile e le istituzioni politiche, sociali e culturali. E' un'attitudine che ha dato e continuerà a dare cospicui frutti. E' la capacità, che non mi stanco di lodare o di suggerire, di sedersi intorno a un tavolo, non solo per discutere progetti, ma per fare scelte e renderle operative. Bisogna poi verificarne nel tempo, con scadenze definite, la realizzazione, e avere così la certezza che si sta avanzando sulla strada giusta. Questo si deve fare in tutti i campi, nelle cose grandi e piccole. E' stato segnalato poc'anzi il problema di una importante azienda che ha in corso un programma di ristrutturazione, lo ha approvato, lo ha discusso con le parti sociali, ora deve essere attuato in pieno e sta a tutti voi verificarne, controllarne la realizzazione, non con spirito fiscale, ma con spirito veramente costruttivo. E so che lo farete.

I valori che i padri hanno costruito, di cui si è custodi e che si vogliono tramandare ai figli, si salvano, ovviamente, non in virtù di un immobilismo conservatore, ma avanzando. Della necessità di proseguire sulla via del cambiamento e dell'ammodernamento si è parlato, con molta consapevolezza, nei discorsi che insieme abbiamo appena ascoltato. Per parte mia vorrei sottolineare uno o due punti.

Il primo riguarda l'evoluzione istituzionale delle forme di governo nell'Italia d'oggi, Paese che avanza, insieme con gli altri Paesi membri dell'Unione Europea, all'avanguardia del processo di unificazione, sulla via di una integrazione sovranazionale sempre più stretta, non solo economica ma anche politica.

Al tempo stesso l'Italia avanza anche, come altri e forse più di altri, sulla via del decentramento dei poteri e delle funzioni di governo in passato esercitate principalmente dai governi nazionali. Abbiamo fatto nostro il principio della "sussidiarietà", sia nei rapporti fra gli organi dell'Unione Europea e lo stato nazionale, sia nei rapporti fra lo stato nazionale e i diversi livelli di potere locale.

Stiamo costruendo, con un largo consenso di opinioni tra le principali forze politiche, pur con le giuste e inevitabili differenziazioni, uno Stato nuovo, sempre più strutturato come uno stato federale, ma che per questo non cesserà di essere saldamente unitario: anzi, vedrà rafforzata la sua identità e la sua unità dal processo di decentramento. E' stato qui ricordato l'articolo 5 della Costituzione. L'ho citato il 31 maggio parlando ai Prefetti d'Italia; ed è bene nella mente ripeterlo insieme. Quell'articolo recita: "La Repubblica una e indivisibile promuove e riconosce le autonomie locali".

Questa evoluzione, sicuramente benefica, comporta e comporterà problemi complessi, e chiare assunzioni di responsabilità. Non va dimenticato che stanno cambiando non soltanto i rapporti fra i poteri locali e il governo centrale, ma anche quelli fra le varie istituzioni di governo a livello locale: regioni, province, comuni, ma come già è stato evidenziato, qui non si intende arrivare a nuovi centralismi regionali. Vi deve essere il pieno rispetto di tutti i livelli, dai livelli che voi Sindaci di piccoli e grandi Comuni rappresentate, che partono dal Comune e poi salgono alla Provincia e alla Regione, ma rispettando per primi l'autonomia del livello più basso, più piccolo di questa scala che non è scala di valori, ma solamente scala necessaria ad una struttura, che sia essa stessa bene organizzata.

Coloro che pensano, semplicisticamente, che tutto si riduca ad un "ridimensionamento" del governo centrale, a beneficio di questa o quella istituzione di potere locale, colgono in modo pericolosamente imperfetto la complessità del processo in corso di riforma dello Stato. Tutti hanno grandi responsabilità per far sì che il risultato del cambiamento non sia una cacofonia di suoni discordanti ma un concerto armonioso.

Al fianco dei problemi delle riforme istituzionali - e questo è il secondo punto che voglio sottolineare - va emergendo, come determinante per affrontare e governare con successo il processo di crescita e di trasformazione del quadro economico, locale e globale, il problema della formazione dei quadri di lavoro, a tutti i livelli, e della crescita, quindi, della capacità di adottare, e di adattare alla propria realtà, e alle proprie dimensioni produttive, gli strumenti più moderni di quella che si suole definire la "nuova economia". Questa è la grande opportunità che oggi ci si offre. E proprio i Paesi e le economie che sono strutturate sulla piccola e media impresa hanno le possibilità maggiori per acquisire questa enorme possibilità che offre la nuova tecnologia che dà anche alle piccole imprese l'opportunità di acquisire a costi relativamente più bassi rispetto al passato, per unità di prodotto, nuovi sistemi di organizzazione nella produzione e nel lavoro.

Gli studiosi del "miracolo marchigiano", come il mio antico compagno di università Giorgio Fuà, che ne è stato il primo e principale teorizzatore e promotore, avevano individuato da tempo l'emergere di quei problemi che voi oggi state affrontando: il passaggio generazionale; l'evoluzione delle strutture aziendali; la capacità di acquisire le tecnologie più avanzate; l'accesso a fonti adeguate di capitale; la capacità di aprirsi ai mercati mondiali; l'evoluzione delle infrastrutture materiali; infine, e primo fra tutti, la formazione della forza di lavoro, a tutti i livelli. Che è il problema anche di indirizzo dei giovani, per far loro capire a quale scuola conviene loro accedere, terminata la scuola d'obbligo, per poi trovare migliore collocazione nel mercato del lavoro, nella vita sociale ed economica del Paese.

Questi problemi sono legati gli uni agli altri, e di ciò voi siete consapevoli. Uno dei punti di forza dell'economia marchigiana, ma che proprio per questo va ulteriormente rafforzato, è la presenza sul vostro territorio di strutture educative molto avanzate, di antiche e nuove università, di istituti di formazione che rispondano nei loro indirizzi alle esigenze di una economia in continua trasformazione. E' la via della collaborazione fra pubblico e privato quella che è utile percorrere per rafforzarsi in questo settore determinante per avere successo nel quadro di una concorrenza globale. Per questo predico quella che chiamo "l'alleanza delle autonomie", intendendo in queste le pubbliche amministrazioni, gli imprenditori, le università e le scuole, soprattutto quelle tecniche professionali.

In questo quadro, voi affrontate una sfida non facile, e per vincerla avete bisogno anche del sostegno del governo centrale e dell'Unione Europea, che qui è stato apertamente richiesto. Ho ascoltato con attenzione ciò che mi avete detto in proposito, soprattutto sul tema dell'inadeguatezza delle infrastrutture materiali, che si sta rivelando come determinante, e su cui è giusto soffermarsi.

Potremmo dire che non solo nelle Marche, ma anche in molte altre regioni d'Italia, le strutture produttive, negli ultimi dieci o vent'anni, si sono sviluppate più in fretta delle infrastrutture materiali di sostegno, a cominciare dalle vie di comunicazione, sia marittime - che qui sono così importanti - sia terrestri, come dei punti di raccordo fra le une e le altre.

Questo vuol dire che la nostra capacità di crescita è forte, che la nostra economia gode buona salute, e ciò ci è di conforto; ma vuol anche dire che è giunto il momento di aprire una nuova stagione di grandi investimenti nelle infrastrutture, in questa regione come in tutta l'Italia. Tale aspetto è più che mai evidente qui ad Ancona, capolinea di un'autostrada del mare fortunatamente sempre più affollata, ma dove la forte crescita dei trasporti marittimi e del porto, di grande beneficio per tutti, mette in evidenza l'inadeguatezza degli sbocchi terrestri dei nuovi traffici.

Un sistema economico fondato sulle piccole e medie imprese può trarre benefici particolarmente forti dall'acquisizione delle nuove tecnologie: può derivarne, se le imprese riescono sempre più a "fare sistema", un balzo di produttività straordinario. Questa è l'occasione che vi si offre. Ma se, al tempo stesso, rimanesse il collo di bottiglia rappresentato dall'inadeguatezza delle infrastrutture, a cominciare dai trasporti, molti dei benefici dell'applicazione delle nuove tecnologie non potrebbero esprimersi, sarebbero anzi vanificati.

E' una sfida, questa, che dobbiamo ancora vincere, direi per molti aspetti, che dobbiamo ancora impostare. Dai progressi che faremo in questi campi, come da quelli che realizzeremo nell'ammodernamento delle istituzioni di governo, dipenderà il successo del "sistema Italia" sui mercati europei e mondiali.

Se noi siamo presenti, con molte buone carte in mano, in questo grande giuoco della competizione in Europa e nel mondo, lo dobbiamo anche al fatto di aver saputo riformare, in anni recenti, alcuni aspetti fondamentali della nostra economia. Dobbiamo alla forte, convinta partecipazione di tutti gli Italiani, e di tutte le principali forze politiche, se siamo riusciti nell'impresa di stabilire nuovi e più avanzati equilibri, di costruire in Italia una nuova cultura della stabilità economica. Ciò ha significato sradicare l'inflazione, e portare a termine una poderosa e rapida opera di risanamento dei conti pubblici. Così siamo potuti entrare nel novero dei paesi fondatori della moneta comune europea; così abbiamo ristabilito il prestigio del nostro paese nel mondo.

E' un'impresa, l'ingresso nell'Euro, che molti, all'estero come in Italia, non ritenevano possibile. Essa è stata invece realizzata, in un periodo di generale rallentamento dello sviluppo, segnato da una crisi che dall'Asia, passando per l'America del Sud, ha minacciato di contagiare il mondo intero. Nonostante ciò gli obiettivi che ci proponevamo sono stati egualmente raggiunti, e senza provocare una condizione recessiva della nostra economia. Certo, il nostro ritmo di sviluppo ne ha risentito.

Molto rimane ancora da fare per eliminare alcuni aspetti insoddisfacenti del nostro quadro economico, che autorevoli analisi recenti hanno ancora una volta chiaramente identificato. Ma siamo presenti sulla scena della competizione mondiale, forti e vitali, membri autorevoli dell'Unione Europea, nel momento in cui il quadro economico è entrato in una nuova fase di forte sviluppo. Nuove grandi opportunità di crescita sono di fronte a noi.

E' in questo quadro che si collocano anche i vostri progetti di sviluppo a livello regionale. I vostri problemi ben li conoscete, li avete anche oggi qui chiaramente identificati, e penso che li stiate affrontando con il necessario gusto dell'innovazione, con il giusto spirito di cooperazione fra tutti i protagonisti della società marchigiana.

Si era soliti dire che questa era la sola Regione d'Italia "al plurale", e in ciò si vedeva il segno di un eccesso di spirito campanilistico, tipico delle "Marche". Penso che se il nome rimane al plurale, il gusto dannoso del campanilismo ve lo siate lasciato oramai in alle spalle, e che stia emergendo, in questa bella fascia di territorio italiano, fra i monti e il mare, una regione sempre molto ricca di variati paesaggi naturali, culturali ed economici, ma anche sempre più consapevole della sua unità e identità.

Vi saluto con grande affetto. Vi lascio con un forte augurio di buon lavoro: continuate ad aver fiducia in voi stessi, orgogliosi di quanto avete fatto. Abbiate soprattutto fiducia nell'Italia.